L'incubo dei nostri 007: "C'è il rischio secessione e di un emirato islamico"

Il pericolo più grave, secondo Frattini, "è il movimento secessionista in Cirenaica" con forti connotati di estremismo islamico

Il regime libico, che sta perdendo pezzi fra ambasciatori e ministri, si arrocca attorno agli uomini chiave della sicurezza, ben conosciuti dall’Italia. Il nostro governo fa il possibile per evitare il peggio e si prepara ai contraccolpi della rivolta in Libia. A cominciare da un flusso migratorio dal Nord Africa «ben più grave rispetto alla crisi in Tunisia», secondo fonti del Viminale.

Nel dietro le quinte di queste ore i nostri servizi segreti segnalano che i fedelissimi di Muammar Gheddafi fanno quadrato, anche se la sorte del leader al potere da 42 anni è incerta. In televisione hanno mandato il volto umano del clan: Seif al Islam, il figlio moderato del colonnello. Da una parte ha offerto ai rivoltosi il ramoscello d’ulivo del negoziato per varare la Costituzione e la creazione di una commissione d’inchiesta sulle violenze. Dall’altra ribadisce che «combatteremo fino all’ultimo uomo, all’ultimo proiettile».

All’uso della forza ci pensa il ministro dell'Interno, generale Younis al Obeidi, nonostante la sua polizia abbia combinato sanguinosi errori nell'affrontare la protesta. In prima linea è schierato anche Abuzed Omar Dorda, nominato nel 2009 a capo del servizio segreto esterno. Ex primo ministro fa parte della vecchia guardia e ha sostituito Moussa Koussa, spregiudicato uomo forte dell’intelligence libica, oggi ministro degli Esteri. Il responsabile della diplomazia libica deve tener buona la comunità internazionale, mentre in Libia scorre il sangue. Il vero regista della cupola di crisi è l'inossidabile Abdallah Senussi, ex capo dell'intelligence militare e cognato di Gheddafi. In pratica ha un ruolo di «primus inter pares» nel settore sicurezza.

Una fonte di intelligence conferma a Il Giornale: «Stanno facendo quadrato e prevediamo che scorrerà del sangue in maniera significativa». Non è chiaro, però, se il colonnello faccia parte dell'ultima trincea. Dall'inizio delle proteste non si è più visto. Ieri mattina venivano segnalate sparatorie attorno alla caserma Bab al Aziziyah, residenza e centro comando di Gheddafi a Tripoli. Per tutta la giornata si sono susseguite voci su una sua fuga all'estero poi smentita.

Sul fronte diplomatico il nostro Paese lavora dietro le quinte per «la cessazione delle violenze da tutte e due le parti. Non si tratta di manifestanti pacifici contro poliziotti brutali. Azioni sanguinose si registrano da un lato e dall'altro della barricata». La Farnesina appoggia la linea di Seif al Islam indirizzata ad un processo negoziale politico e al varo della Costituzione. Secondo fonti diplomatiche la maggiore preoccupazione «è l'integrità territoriale della Libia. Siamo di fronte ad un movimento secessionista in Cirenaica con forti connotati islamici. Non è accettabile trasformare la Libia in uno spezzatino». Fra i rivoltosi non ci sono solo i Fratelli musulmani, ma pure estremisti islamici, talvolta infiltrati dai paesi vicini, che si rifanno all'ideologia di Al Qaida. «Si stanno affermando ipotesi di emirati islamici nella Libia orientale a poche decine di chilometri da noi. Sarebbe un fattore di grande pericolosità», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla Cirenaica in rivolta. Il responsabile della Farnesina ha partecipato ieri alla riunione dei Ventisette a Bruxelles sulla crisi libica. Non sono mancati attriti con i finlandesi, che oltre la condanna delle violenze chiedevano dure sanzioni contro Gheddafi, senza conoscere bene il problema.
Oggi Frattini vola al Cairo e poi rientra a Roma per partecipare ad un vertice a Palazzo Chigi sui rischi di una nuova ondata migratoria verso l’Italia. Oltre al premier Silvio Berlusconi ci saranno i ministri dell'Interno, della Difesa e dello Sviluppo economico.

«Ci prepariamo al peggio. Da soli non saremo in grado di affrontare l'emergenza se crollasse la Libia. Si teme un’ondata ben più importante rispetto alla Tunisia», spiega una fonte del Viminale. Il ministro Roberto Maroni è sempre più deciso a chiedere un ulteriore coinvolgimento dell’Europa. In Libia la Guardia di Finanza addestrava la guardia costiera, che utilizza nostre motovedette per fermare i barconi dei clandestini. I 15 finanzieri hanno lasciato la caserma del nord di Suwarah alla volta dell’ambasciata di Tripoli. Probabilmente verranno rimpatriati. Secondo una fonte d'intelligence «nel caso in cui le autorità libiche si sciogliessero si spalancheranno le porte per chi preme dal sud del Sahara. Un possibile flusso migratorio di decine di migliaia di esseri umani che ci farà impallidire».
(ha collaborato Sergio Bianchi)