«ll Paese è cambiato: dobbiamo lavorare 44 ore alla settimana»

Guidi, ex vice di Confindustria, oggi a capo dei costruttori di moto: «Servono meno tasse ma anche una settimana di vacanze in meno l’anno»

Pierangelo Maurizio

da Bologna

A Luca Cordero di Montezemolo riserva un solo, fugace, accenno: «In trent’anni di vita in Confindustria non ho mai espresso giudizi pubblici sui presidenti. Ma forse qualche omelia in meno e qualche fatto concreto in più non guasterebbero... » dice Guidalberto Guidi, per nove anni vicepresidente di Confindustria, oggi alla guida dell’associazione dei costruttori di moto (Ancma)e presidente amministratore delegato e azionista (al 70 per cento) della Ducati, divisa nei due comparti Ducati Energia e Ducati Sistemi. Non ama unirsi al coro - «non sono tra quelli che ritengono che la crisi attuale sia responsabilità del governo Berlusconi, che pure ha i suoi limiti» - dei piagnistei. Dal suo mondo si aspetterebbe proposte, fatti, esempi nel rimboccarsi le maniche, forse più che altro un cambio di mentalità, di atteggiamento.
«Non siamo di fronte ad una crisi, né congiunturale né strutturale. Siamo di fronte a una mutazione genetica del sistema produttivo» aggiunge, mentre dal suo ufficio gli occhi spaziano sulla via Emilia dove fino a dieci-quindici anni fa era un rosario senza fine di aziende piccole, medie e grandi e adesso praticamente c'è rimasta solo la Ducati. «Nei prossimi anni siamo destinati a perdere il 50-60 per cento della nostra industria manifatturiera. Il declino, che io preferisco chiamare mutazione genetica, è cominciato più di trent’anni fa, piaccia o no, nel 1970, anno in cui è stato varato lo Statuto dei lavoratori. Svalutazione, inflazione e debito pubblico sono stati gli ingredienti fondamentali della nostra economia: un Paese che è vissuto sopra le proprie possibilità. Ora abbiamo una sola chance».
Quale?
«Delocalizzare, spostare nelle aree di lavoro low cost i pezzi della catena produttiva a minor valore aggiunto. E mantenere qui il cuore e la testa, la progettazione, i pezzi alti del processo produttivo. Qui un operaio costa circa 21 euro all’ora, nel nostro stabilimento in Romania 0,86 centesimi di euro. Di che cosa vogliamo parlare ancora?».
Di che cos'altro dovremmo fare, ad esempio.
«Ridurre le tasse e il cuneo fiscale sulle imprese. Ricerca e sviluppo. Dobbiamo investire nella ricerca. Ma i grossi investimenti ormai li fanno solo le Ferrovie, inseguite dall’Enel, Autostrade e Telecom. La verità è che la grande ricerca ci è passata sopra la testa vent’anni fa».
Chi produce sapere?
«Ora la grande ricerca è appannaggio sostanzialmente degli Stati Uniti, in misura molto minore della Gran Bretagna e Francia, che hanno investito nello spaziale, nella difesa e nel nucleare. Nel nucleare e nella chimica avevamo una presenza più che rilevante. Ma abbiamo deciso di smantellare: la chimica per un problema ecologico, il nucleare dopo il referendum. Una follia tutta italiana. E poi è indispensabile che le associazioni professionali facciano la loro parte».
Cioè?
«Vede, tutte le aziende di un certo livello hanno ormai processi di certificazione della qualità per i fornitori rigorosissimi. Cioè si rendono garanti della qualità dell’intero processo produttivo. Allo stesso modo il notaio dovrebbe essere responsabile se il prezzo indicato sul contratto di compra-vendita di una casa è quello vero oppure no. Quanto al sommerso io dico che tutti quelli che non fanno proprio questo criterio di qualità, non pagano le tasse, tengono la gente a lavorare in nero, dovrebbero essere presi e cacciati a calci nel sedere dalle associazioni di categoria».
Cosa ci manca rispetto all’Italia con le ali ai piedi degli anni ’50-60 o che alla fine dei ’70 riuscì a risollevarsi nonostante fosse stata messa in ginocchio dalla crisi energetica e dal terrorismo?
«Questo Paese ha smesso di lavorare, ha un alto concetto dei propri diritti ma non dei doveri. Bisogna introdurre l’orario lavorativo di 44 ore alla settimana. E fare una settimana di vacanze in meno l’anno. Non possiamo certo diminuire le retribuzioni perché, con quello che è successo con l’euro, la gente si taglierebbe la gola. Quindi, dobbiamo lavorare di più».
Parole che possono sembrare altrettante bestemmie: ma qualche volta servono più delle omelie.
pierangelo.maurizio@fastwebnet.it

Annunci

Altri articoli