La logica del sì

Il «fronte del no» riassume nel concetto di «pasticcio» la riforma costituzionale approvata dal centrodestra, ma soprattutto punta su una duplice paura che riguarda i due aspetti principali della riforma stessa: la devoluzione (federalismo) e i poteri del primo ministro (premierato). Sul primo aspetto, che mira a spaventare gli italiani come contribuenti, si afferma che la devoluzione costerebbe, facendo aumentare le tasse. In realtà sono stati fatti alcuni calcoli sui costi, ma non sui risparmi, questi ultimi derivanti da un alleggerimento dei compiti dello Stato centrale.
Ma è soprattutto sul secondo aspetto che si va concentrando l'offensiva degli oppositori della riforma. Ha cominciato l'ex capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, a adombrare la prospettiva di un primo ministro onnipotente, qual era durante il regime fascista. Politici e costituzionalisti si sono lanciati su questa trincea, vedendo in un premier forte la sconfessione della «Costituzione nata dalla Resistenza».
Eppure, quando si dimise da presidente della Repubblica, il 25 aprile 1992, Francesco Cossiga denunziò proprio nella debolezza del potere esecutivo (governo) il male principale che stava corrodendo il sistema politico. Rilievo critico espresso anche prima da diversi costituzionalisti.
Benché il testo della riforma del centrodestra sia abbastanza farraginoso, sulla figura del primo ministro e i suoi poteri è lineare e non è vero che sarebbe onnipotente poiché, come nel caso del premier britannico, dipenderebbe dal benvolere della sua maggioranza. Nel Regno Unito, il premier resta alla guida del governo - con amplissimi poteri, compreso quello di sciogliere la Camera dei Comuni - finché ha la fiducia del suo partito: quando la potentissima signora Thatcher perse questa fiducia, si dimise. In Italia, dove non c'è il bipartitismo, questa fiducia non può che derivare dalla coalizione che vince le elezioni. Ma la logica è la stessa. Come pure il fatto che gli elettori, scegliendo una coalizione, scelgano anche il premier, lasciandogli il diritto di ricorrere al loro giudizio, che finisce per essere sulla sua persona e sulla coalizione.
Non ha senso, infatti, consentire agli elettori di scegliere una coalizione con uno specifico premier, come già avviene, e poi lasciare ad un altro organo - nel caso specifico, il presidente della Repubblica - il potere, squisitamente politico e non di garanzia né di equilibrio, di sciogliere il Parlamento oppure di incaricare un altro leader per formare un governo su base politica diversa da quella scelta dagli elettori. A volere essere pignoli, la riforma del centrodestra, su questo aspetto, dà più poteri alla coalizione che non al premier poiché ammette che egli possa essere sostituito purché rimanga la stessa maggioranza politica (voto di sfiducia costruttivo).
Con queste garanzie, sembra logico che il premier possa poi realmente definire e dirigere la politica del suo governo, anziché lasciarla gestire, come avviene ancora, dai suoi ministri, «responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri» (come recita l'art. 95 della Costituzione vigente), con in più il meccanismo delle deleghe ai viceministri e ai sottosegretari che di fatto disgrega questo potere. E sembra logico che il capo del governo possa nominare e revocare i ministri, anziché ridursi al potere di proporli al presidente della Repubblica. Non è onnipotenza, è responsabilità chiara e ben definita. Che si riflette poi sulla coalizione, spingendola a tenersi lontana dalla logica partitocratica estrema con il pensiero fisso del ribaltone.
Il migliore argomento a favore del sì, e di una riforma che finalmente dia al capo del governo, e di riflesso al governo stesso, un vero potere decisionale, sottraendolo al continuo stillicidio del negoziato permanente con i suoi ministri e con i partiti - o le correnti - di cui sono di fatto espressione, è quindi fornito proprio dall'orchestra stonata che occupa il palcoscenico dalla sera del 10 aprile.