L'omaggio devoto di Pesce alla maestà tradita della donna

Dall'arte alla vita, la forza creatrice è femminile e nessuna violenza deve umiliarla. In queste opere la bellezza è denuncia

Uno dei temi forti del Festival «Babele a Nord-est» a Padova è la condizione della donna in Occidente e nel mondo islamico, affrontato in dibattiti spesso paradossali (come quelli tra Selin Sanli e Giuliana Sgrena o tra Costanza Miriano e Melissa Panarello), e focalizzato sulla realtà iraniana anche attraverso i raffinati e dolenti dipinti di due giovani artisti persiani, Vishka e Amir. Il loro precoce magistero pittorico si manifesta in opere semplici ed eloquenti, non appesantite dal tema, rischioso per l'enfasi della denuncia. In Vishka e Amir la tenuta è garantita dal mestiere, dall'autocoscienza, dallo stesso pudore a rivelare situazioni scabrose e mortificanti. Non è sempre così. E i danni sono evidenti. In altri casi, come avverrà a Firenze, con «Maestà tradita» di Gaetano Pesce in Santa Maria Novella, l'intuizione creativa è liberatoria.

Qualcuno ha immaginato, per esempio, dopo alcune scaramucce verbali, che io abbia un'antipatia o qualche pregiudizio per la città di Ancona. Certo ne vorrei una maggiore propensione a interpretare in sintesi lo spirito di una regione multiforme come le Marche, con la voce riconoscibile nel coro di quelle distinte di ogni grande e piccola città di quella regione. Questo non accade e, tra lunghi silenzi, Ancona si distingue per alcune note stonate. Qualche anno fa fu la prima a rappresentare in un monumento il tema di grande attualità (fino a consacrargli una legge) del femminicidio. Difficile descrivere la grevità della realizzazione, in una statua di bronzo di una donna sofferente e violata con le vesti stracciate, in una retorica pararesistenziale, e difficilmente sopportabile, del tema. In scultura, e per sedi pubbliche, non ne ho più visto rappresentazioni. Tendo a essere sospettoso quando un contenuto, una mozione degli affetti, una battaglia per i diritti si manifesta in arte. Ci vuole autonomia e coraggio per schivare la retorica.

Ci riesce, come nessuno avrebbe potuto, Gaetano Pesce il quale, in una città sacra per i suoi monumenti, come Firenze, in piazza Santa Maria Novella, devastata da un dissennato (e da me denunciato, per essere poi denunciato) arredo urbano, innalzerà un meraviglioso (cioè generatore di meraviglia) monumento alla donna, che non è vittima ma regina come una Partenope in un materiale invincibile, resistente a ogni aggressione, il poliuretano espanso, più perenne del bronzo. Un involucro senza corpo che esprime una sagoma femminile, riuscendo a congiungere Botero e Domenico Gnoli con una solennità e con una monumentalità assolutamente aliene da retorica. Non ci sono strappi, sfregi, ferite; c'è un'anima femminile esalata, di cui resta, al centro della piazza, la veste. È la prigione di un corpo sottratto. Da questa immagine imponente, dominante, esce un'anima incoercibile che nessuna violenza può umiliare o ferire.

Il monumento all'anima di una donna rimanda a una serie di disegni e bozzetti ospiti in alcune sale del museo del Novecento riaperte con questa mostra e consacrate al genio femminile, alla creatività delle donne, la cui gravidanza si trasferisce dall'arte alla vita, donandoci le creature di Adriana Pincherle, di Antonietta Raphaël, di Frida Kahlo, di Carol Rama, di Miela Reina, mondi nuovi ignari all'universo maschile. Formidabile sarebbe un dialogo di invenzioni di Carol Rama con Gaetano Pesce. E a nessuno meglio che a lui riuscirebbe, perché la creatività di Pesce è femminile più che maschile. È morbida più che rigida, è colorata più che monocroma, è avvolgente più che penetrante. Pesce è madre di immagini, prima che padre. La sua natura femminile si avverte in un dilagare di forme incontinenti che si cristallizzano, che rendono splendenti e variegate di colori le acque del parto, come un fiume carsico che s'immerge e riemerge colpito dai raggi del sole.

Pesce non è il primo artista donna in un universo maschile. Per un incredibile scambio di genere lo fu anche Orazio Gentileschi, il padre di Artemisia, pittore prima che pittrice, per l'evidenza drammatica dei suoi ammazzamenti. Orazio sempre li evitò, per essere morbido e flessuoso, elastico e cristallino, proprio come le creature di Gaetano Pesce. Facile per un artista ottenere consenso con la denuncia, illustrando temi alti e nobili. Pesce sceglie un'altra strada: piegare la denuncia alla bellezza che muove in noi il consenso non per dovere ma per piacere, non per indignazione ma per persuasione, non per negazione ma per affermazione. Pesce afferma i diritti della donna, facendosi donna ed esprimendo la sua sensibilità femminile. Fortunata la città di Firenze che può innalzare a una giusta causa un monumento non retorico ma intimamente umano.