Londra, caccia al mandante della strage

Scontro Francia-Inghilterra: il ministro degli Interni Sarkozy rivela che i quattro terroristi erano stati arrestati nel 2004 e poi rilasciati. Secca smentita di Clarke

Gaia Cesare

Gli esperti antiterrorismo la chiamano la «controlling hand» e ora che Scotland Yard è risalita all’identità dei quattro attentatori, è proprio su quella mano, su quel burattinaio che ha mosso i fili degli attacchi a Londra, che si stanno concentrando le energie della polizia e dell’intelligence britannica. Arrivare alla «mente» degli attentati è un compito urgente quanto la cattura dei complici che hanno collaborato con i quattro giovani britannici di origine pakistana alla realizzazione della strage del 7/7, procurando l’esplosivo e occupandosi materialmente della realizzazione delle bombe. Secondo gli investigatori, nessuno dei kamikaze aveva l’esperienza per confezionare gli ordigni e il sospetto - che con il passare delle ore si fa più fondato - è che qualche alto esponente di Al Qaida sia giunto mesi fa nel Regno Unito per orchestrare la strage in tutti i suoi dettagli e abbia poi lasciato il Paese. La polizia - riferisce il Times - lo avrebbe già identificato: sarebbe anche lui un cittadino inglese di origine pakistana giunto in un porto della Gran Bretagna un mese fa e ripartito alla vigilia degli attacchi. «Gli ordigni utilizzati erano molto elaborati - ha spiegato una fonte impegnata nelle indagini -. Deve averli realizzati un vero esperto». Tracce di Semtex o C4, il materiale trovato nelle scarpe di Richard Reid (cittadino inglese di religione musulmana che voleva farsi esplodere sul volo Parigi-Miami il 22 dicembre 2001) sono state ritrovate dagli artificieri sul luogo delle esplosioni. Il «quinto uomo», sul quale da ieri si è aperta ufficialmente la caccia, oltre che l’ideatore, potrebbe essere la persona incaricata della preparazione degli ordigni. Il suo profilo sembra spingere l’intelligence al di là delle frontiere britanniche e potrebbe essere legato all’ipotesi che la dinamite utilizzata negli attacchi provenisse dai Balcani.
Le indagini procedono «molto rapidamente» - hanno assicurato le autorità -, e la notizia non ha bisogno di conferme dopo le operazioni eclatanti compiute mercoledì a Leeds e Luton, e dopo il blitz che ieri sera a Aylesbury, a nord della capitale, ha portato probabilmente a un nuovo arresto. Mentre resta in carcere l’unico sospetto in manette per la strage, ieri si è arrivati anche all’identità del quarto attentatore. Il suo nome non è stato ancora rivelato da Scotland Yard, ma è trapelato da indiscrezioni diffuse dai mezzi di informazione. Si tratta di Eliaz Fiaz: anche lui di origine pakistana, come gli altri tre attentatori, e anche lui proveniente da Leeds, la città ad altissima densità asiatica e islamica nello Yorkshire, Inghilterra del nord.
Da qui - secondo le ultime ricostruzioni degli investigatori - sono partiti i tre kamikaze, a bordo di due auto dirette a Luton, nord di Londra, dove martedì un veicolo è stato fatto esplodere dagli artificieri in seguito al ritrovamento di materiale esplosivo al suo interno. Le auto sulle quali hanno viaggiato i tre giovani di Leeds sono ora sotto la meticolosa osservazione della polizia. A Luton i tre attentatori suicidi hanno incontrato il quarto uomo, probabilmente Fiaz (pare originario di Leeds ma residente a Luton) e hanno poi preso insieme il treno della compagnia Thameslink diretto a King’s Cross, nel centro di Londra. Ognuno di loro si è poi diretto verso destinazioni diverse: Eliaz Fiaz potrebbe essersi fatto esplodere nel metrò tra King’s Cross e Russell Square; Hasib Hussain ha provocato l’esplosione sul bus numero 30 (dopo aver trovato chiusa la Northern Line); Shehzad Tanweer ha innescato la bomba esplosa tra Liverpool Street e Algate e infine Mohammed Sidique Khan quella deflagrata a Edgware Road.
Intanto Londra vive ore di grande tensione. Mentre procede il meticoloso riconoscimento delle vittime, la paura di nuovi attentati cresce. Un timore per nulla infondato e confermato dal ministro degli Interni britannico Charles Clarke. Impegnato a Bruxelles con i suoi colleghi europei, Clarke ha confermato che esistono molti altri giovani musulmani pronti a «immolarsi» per la Jihad. Proprio per questo - ha aggiunto - la lotta al terrorismo è soprattutto una questione di intelligence. «Scioccato» dopo la scoperta che i quattro attentatori sono nati e cresciuti nel Regno Unito, Clarke ha difeso il diritto dei cittadini europei di poter viaggiare nel metrò senza dover temere per la loro incolumità. E ha ringraziato le intelligence di tutti i Paesi europei per il contributo nella caccia ai terroristi: «Abbiamo avuto un eccellente sostegno a livello internazionale». Non è solo un tributo formale quello di Clarke, ma un riconoscimento tangibile dell’utilità di questa cooperazione: «Ci sono state delle intese sul lavoro pratico che hanno fatto la differenza nel modo in cui le indagini stanno andando avanti». Entro ottobre - ha concordato il capo degli Home Affairs, precisando di non mirare a una società in stile “Grande Fratello” - verrà preso un provvedimento per armonizzare l’archiviazione dei dati sulle comunicazioni telefoniche e via Internet».
Solo un intoppo diplomatico ha distratto l’attenzione del ministro Clarke, costretto a smentire il collega francese. Nicolas Sarkozy aveva infatti riferito di aver saputo proprio da Clarke che i quattro kamikaze erano già stati arrestati nella primavera del 2004 e poi rilasciati. Il «misunderstanding» - che ha lasciato «sbigottito» Clarke - non ha comunque sfiorato la sua fermezza: «Siamo determinati a rendere la vita dura al terrorismo», ha concluso di fronte al Consiglio di Giustizia europeo.