Londra da ricchi: i vicini d’oro di Vale

Rossi, accusato di evasione dall’erario italiano, è in buona compagnia:
sono 200.000 gli stranieri che usufruiscono dei vantaggi fiscali
inglesi. Da Abramovich al re dell’acciaio Mittal, molti i miliardari
attratti dalla norma vittoriana che protegge i guadagni all’estero

da Londra

Tra i primi ad accorgersene è stata la rivista Forbes quando ha evidenziato come Londra oggi risulti la città preferita dai super-ricchi. Milionari in cerca di confort e convenienza (economica), tra regimi fiscali agevolati, rete di collegamenti sviluppata, infrastrutture e servizi bancari al passo con i tempi. Per riassumere: qualità della vita e facilitazioni per il business.
Tutto grazie alla formula resident but not domiciled, residenti ma non domiciliati. Una formula che risale all’epoca vittoriana, creata a quei tempi per tutelare chi aveva interessi nelle colonie. Il fisco della Regina di ferro tassava solo il reddito che entrava in Inghilterra, mentre tutto il resto era esentasse. La scappatoia adottata dai super ricchi di oggi è la stessa usata da chi aveva piantagioni in Africa o nelle Indie. Proprietari di velieri, latifondisti con terre in Africa o nelle Indie che così potevano spostare il loro domicilio, ovvero la residenza fiscale, all'estero dove si trovavano i loro interessi, pur mantenendo la residenza britannica. Uno stratagemma - oggi sfruttato da oligarchi russi, imprenditori indiani, armatori greci, petrolieri arabi e banchieri europei -, consolidato da oltre un secolo di giurisprudenza delle corti inglesi e che sopravvive nei Taxes Act, le norme fiscali attualmente in vigore. Né laburisti né conservatori, nonostante le insistenti pressioni dell’Unione europea, hanno mai ritenuto di dover modificare, lasciando la possibilità di avere la residenza in Inghilterra e contemporaneamente il domicilio, e quindi i propri guadagni, all’estero.
Un escamotage mal sopportato a livello europeo, tanto che più volte l’Ue ha chiesto l’abolizione, senza mai riuscirci. In un recente studio il Fondo monetario Internazionale ha definito Londra un paradiso fiscale, pari a Isole Cayman, Bermuda e Svizzera. Secondo le stime del governo britannico sono 200mila le persone che godono di questo status di cittadino residente ma non domiciliato.
«E i miliardari fanno camminare il mercato delle agenzie immobiliari a Londra - spiega Paul Maidment, di Forbes -. Lo scorso anno i compratori stranieri hanno rappresentato oltre la metà degli acquisti di case della fascia di costo superiore ai 3 milioni di euro». Da Roman Abramovich, patron del Chelsea, al magnate indiano dell'acciaio Lakshmi Mittal; da Leonard Blatvanik, notabile russo-americano del petrolio, all’olandese Charlene de Carvalho-Heineken, erede del colosso mondiale della birra, fino ai fratelli Sri e Gopi Hinduja. Un clan di tycoon conquistati dall'accessibilità geografica della capitale britannica, dalla sua stabilità politico-economica, dal prestigio delle istituzioni finanziarie della City e, non ultimo, dai notevoli vantaggi fiscali riservati ai ricchi.
«I miliardari sono per definizione erranti - aggiunge Maidement -. Possono permettersi di avere case in vari continenti. I loro interessi d'affari e i loro investimenti sono globali. In un certo senso, non sono cittadini di nessun Paese, ma abitano un universo a sé stante. E Londra offre loro un ecosistema ideale». Spetterebbe al fisco d'origine, ovvero al Paese da cui provengono, rintracciare, e tassare, quelle ricchezze ignorate dagli agenti delle entrate di sua Maestà.
Ma anche qui i miliardari possono contare su sofisticate geometrie di ingegneria finanziaria che eludono gli accertamenti, facendo scomparire immensi patrimoni con l'abilità di novelli Houdini.