«È il loro modo per dire: non ci sto»

Maria Rita Parsi: «Casi come questi sono frequenti. Di fronte a una separazione i figli avvertono un forte disorientamento».

Manila Alfano

Ha il sapore di una storia antica, di quelle che si raccontano ai bambini prima di dormire. Ricorda l’avventura di Hansel e Gretel, i due fratellini che si perdono nel bosco e che se la devono cavare da soli, o la favola di Pollicino che da solo riporta a casa i suoi fratelli con le molliche di pane. Favole che fanno paura perchè parlano di abbandono, di solitudine, di perdita di fiducia, ma sono pur sempre storie a lieto fine in cui bambini e genitori, alla fine, tra mille difficoltà e incomprensioni, riescono a ritrovarsi. Ora Francesco e Salvatore i bambini di 13 e 11 anni di Bari, si trovano in quel bosco da attraversare in cui certezze e conforto sono lontani. Se davvero di tratta di una fuga, l’altro pomeriggio devono essersi guardati negli occhi, uno zainetto sulle spalle e sono andati via. Loro, che si sentivano già così soli, hanno deciso di scappare da una casa dove probabilmente non si sentivano amati, di fuggire lontano da quella situazione che a loro proprio non piaceva. «Sono bambini che hanno subito un forte stress. Vedere il proprio nucleo genitoriale diviso provoca un disorientamento totale. È come se la bussola di questi ragazzi non fosse più in grado di segnare le coordinate. Il nord e il sud sono decisamente confusi». Parla di stress la psicologa Maria Rita Parsi, che psicologicamente equivale a un trauma spesso difficile da superare, a un disturbo della crescita e della formazione. Lei, che dal 1991 lavora con la Fondazione del movimento bambini, resta ancora sconvolta quando ascolta storie come quella dei fratellini di Bari, che da poco erano andati a vivere con il padre, la compagna e altri tre figli della donna. Prima di essere affidati definitivamente al papà erano stati per 5 anni in collegio. Dopo l’affidamento, Salvatore e Francesco avevano cercato di spiegare che non erano contenti. Forse volevano andare dalla mamma che viveva in un paese vicino a quello del papà.
«Questi bambini hanno perso la loro stabilità, si sentono come se non avessero alcuna garanzia, hanno sentito l’impulso di fuggire perché non si sentivano a casa loro», spiega la Parsi. E allora cosa fare?
«Bisogna spiegare a questi ragazzi che non devono sentirsi soli perché esistono adulti in grado di seguirli e di aiutarli a superare traumi e separazioni».
Ma la storia di Salvatore e Francesco non sembra essere l’unica. La dottoressa Parsi di storie del genere ne ha viste tante. Si ricorda, ad esempio, di quella bambina di 12 anni, di Roma che non riusciva proprio ad accettare la sentenza di un giudice che l’aveva allontanata dal papà costringendola a vivere con una mamma che non sopportava. Ma la decisione ormai era presa, e nessuno sembrava ascoltarla, finché un giorno, finita la sua lezione di pianoforte decide di non tornare più a casa. Va in stazione e sale di tutta fretta su un treno. Destinazione: la sua vecchia tata. Un viaggio lungo, che attraversa tutta Italia che ha come meta Trieste. Alla fine la ragazzina ce l’ha fatta. È riuscita ad attirare l’attenzione su di lei, sul suo piccolo grande dramma. Vivrà con il padre.
Forse la storia dei fratellini di Bari non si distingue poi molto da quella della ragazzina di Roma, forse, come spiega la dottoressa, «il gesto disperato è sì sintomo di disperazione, ma è anche un espediente per riuscire a tornare a vivere con la mamma».