Lotta senza frontiere

«Il pieno rispetto della sovranità italiana da parte degli Stati Uniti»: questo il concetto ribadito dal presidente del Consiglio Berlusconi e confermato dall'ambasciatore statunitense Sembler sul caso Abu Omar. Certo, si tratta di una formula ovvia per un Paese libero e indipendente. Ma l'importante sta nel fatto che il rappresentante ufficiale della superpotenza alleata sia stato convocato a palazzo Chigi dove ha riconfermato che «la politica statunitense è di rispettare appieno la sovranità italiana».
Fin qui si tratta di formule in uso nei buoni rapporti diplomatici. Il caso Abu Omar, tuttavia, è espressione di qualcosa d'altro di cui, forse, non abbiamo preso sufficiente coscienza. Con l'11 settembre è scoppiata una guerra che, a ragione, è stata definita «asimmetrica». Da una parte le società e gli Stati liberi dell'Occidente, e dall'altra un'armata terrorista del tutto inconsueta. Perché agisce come un grande esercito, clandestino nel modo di operare, transnazionale nell'organizzazione, nichilista nei metodi d'attacco, e difficilmente identificabile sul terreno di cultura costituito dai centri islamici disseminati in Europa.
La cattura dell'imam egiziano Abu Omar è dunque niente altro che un episodio minore di questa guerra. Quante volte si è sentito ripetere che i terroristi andavano combattuti con l'intelligence e la prevenzione? Ebbene, gli 007 americani che hanno rapito a Milano un personaggio ritenuto parte della rete terroristica Ansar al Islam, hanno agito secondo i canoni della prevenzione e dell'informazione ormai necessari per affrontare il terrorismo.
Si dirà che c'è stata violazione della sovranità nazionale. È vero: ma anche il concetto di sovranità nazionale nello scontro globale con il terrorismo islamista è da ripensare. All'indomani degli attacchi contro New York, Washington e Madrid, gli Stati occidentali, alcuni attivamente e altri passivamente, hanno convenuto che per affrontare il nemico transnazionale occorreva una stretta collaborazione operativa tra le intelligence dei diversi Paesi e il superamento dei vincoli burocratici che indeboliscono l'azione di contrasto.
Ed è proprio questa la guerra di cui si deve parlare. Una guerra la cui prima linea è stata delegata, di fatto, alla potente macchina militare e di intelligence degli Stati Uniti. L'Unione europea finora non è riuscita a darsi una struttura adeguata per il sistema di sicurezza interna e internazionale. Sul caso Abu Omar c'è, se mai, da chiedersi perché gli italiani non si siano mossi con tempestività. Forse hanno ragione quanti parlano di contrasti sia tra le polizie che negli organi giudiziari del nostro Paese.
Gli americani, dopo l'11 settembre, cercano di prevenire il terrorismo meglio di quanto abbiano fatto prima, e perciò ricorrono talvolta a metodi non ortodossi. Se è vero che in questi anni i prelevamenti di presunti terroristi sono stati centinaia anche in Paesi come il Canada e la Svezia, il recente episodio milanese si presenta come minore, trattandosi, come è stato affermato dagli italiani, di una pedina importante nel terrorismo internazionale.
Di fronte al caso milanese si deve tuttavia prendere atto che il terrorismo ha già in parte segnato un successo contro le liberaldemocrazie. Ha infatti provocato la restrizione delle libertà a favore di una maggiore sicurezza nelle nostre società che sono tanto più vulnerabili quanto più sono aperte. Oltre alle stragi è stato micidiale anche l'attacco portato alla nostra maniera di vivere che ha dovuto parzialmente sacrificare il nostro migliore bene, l'habeas corpus.
È poco rilevante appurare chi sapeva e non sapeva degli 007 americani e fino a che livello le informazioni erano state trasmesse. La cosa grave in una guerra che scavalca i confini territoriali, non è la cattura di Abu Omar. Gli orgogli nazionali, in un conflitto transnazionale, non hanno senso. Quel che non si può passare sotto silenzio è la consegna da parte degli americani del presunto terrorista a un Paese come l'Egitto che non rispetta i diritti umani. Questo è ciò che non dobbiamo perdonare alla nazione di cui siamo e dobbiamo restare leali e profondi alleati. Per combattere il terrorismo occorre la massima collaborazione anche operativa, ma ciò non deve comportare la connivenza con Abu Ghraib, Guantanamo e la consegna anche dei peggiori terroristi all'ignominia delle torture.
m.teodori@agora.it