Alla luce dopo 62 anni i corpi gettati nella foiba di Campastrino

Ieri è cominciato il recupero delle ossa dei militari tedeschi e italiani uccisi dai partigiani

Dalla Foiba di Campastrino, Riccò del Golfo (entroterra spezzino), dopo 62 anni, ritornano resti dei militari tedeschi e italiani (X Mas) gettati dai partigiani nell'inghiottitoio a clessidra a guerra finita. Sono sul cono detritico della foiba, scivolati ai lati e sepolti sotto la spazzatura dei decenni successivi. Ieri è partita la macchina del recupero, coordinata da Marco Pirina, presidente del Centro Studi e ricerche storiche Silentes Loquimur di Pordenone (www.silentesloquimur.it), il primo in Italia ad alzare il velo sulle foibe, e dal Comitato Onoranze creato in loco da Lorenzo Martinelli ed Emilio Guidi. Ci sono Vigili del Fuoco, carabinieri coordinati dal colonnello Carlo Carrozzo, Procura militare della Spezia, uno speleologo e l'antropologo forense Matteo Borrini. È lui a calarsi dentro. Il braccio pescante manovrato dai pompieri dà corda. Scendono in fila indiana, prima un vigile, poi Borrini e altri due di supporto, mentre gli artificieri aspettano sul bordo. Ossigeno e tuta sterile per l'antropologo che non vuole contaminare la «scena del crimine». Tocca il fondo e risale. Due ore e dieci di «apnea» per capire cosa c'è nella foiba, mentre un cartello segnaletico del Parco di Montemarcello la connota come sito carsico e stop. La storia è un optional, tant'è che pochi metri più in là hanno costruito case. La ricetrasmittente anticipa che hanno trovato ossa, sono più del previsto. Alla fine saranno tre cassette. L'antropologo riemerge, conferma l'eccezionalità di averle individuate da subito: «Un femore, una tibia, una scapola, due omeri e varie vertebre - spiega Borrini che in una seconda discesa tirerà su in teche -. Questi reperti parlano di 3-4 persone. La presenza di residuati bellici li collega all'ultima guerra. Non ci sono segni evidenti d'arma da fuoco, anche se una vertebra sembra scalfita da un proiettile. Forse un 13 millimetri, arma italiana. Ho riconosciuto anche una fibbietta in cuoio, pare tedesca. Non ho visto bombe». Il cono detritico all'interno della foiba «è alto come una villetta a due piani. Il grosso credo stia lì sotto». Borrini riscende per risalire con quelle ossa avvolte nella carta stagnola. C'è don Roberto, vice-parroco di Beverino, ad aspettarle per benedirle.
«Che è il vero senso dell'operazione - spiega Pirina - Nessuna polemica con chi dice che vogliamo trasformare i carnefici in vittime. Qui c'era un reparto militare tedesco di presidio alle batterie costiere e non erano truppe scelte. Dopo la resa di fine aprile, i sopravvissuti agli scontri con i partigiani, circa 30, furono spinti nella foiba, non si sa se vivi o morti». Nel 1972 il primo recupero, effettuato da Giacomo Zanelli, ufficiale del Regio Esercito e poi della X Mas, che scoprì la foiba e ricostruì la sorte del presidio tedesco composti da circa 50 militari di cui alcuni appartenenti alla X Mas di stanza a Portovenere. Ci tornano Martinelli e Guidi che ne parlano a Pirina. Lo storico offre ad Onorcaduti, Ministero della Difesa, un'equipe di volontari esperti per il recupero. Una lunga trattativa e il dossier arriva alla Commissione provinciale della Pubblica Sicurezza della Spezia che approva l'operazione. Ieri i recupero delle ossa depositate all'obitorio in attesa di trasferimento all'Università di Venezia, dove Borrini le analizzerà: «Le sottoporremo ad un esame morfologico per accertarne l'origine. Scopriremo razza, altezza, sesso, età, patologie della persona da cui provengono. Con un cranio, posso ricostruirne il volto e magari confrontarlo con la foto di chi manca all'appello in questa zona». Step successivo: «Spingiamo per la bonifica della foiba. In caso di risposta negativa, chiederemo almeno una targa che ricordi i caduti senza nome che giacciono sul fondo. Senza polemiche».