L'umorismo non aveva misteri per il Sarchiapone Carlo Silva

Firmò gli sketch di Walter Chiari. Scrittore, editore, talent scout, nell'Italia dei massimalismi scelse la leggerezza

Aveva cominciato a scrivere «sul serio, per far sorridere». Considerava l'umorismo, che è cosa ben diversa dalla satira, una piuma lieve, in grado di fare il solletico all'intelligenza. Nel coccodrillo pubblicato sul Corriere della Sera nell'aprile 1992, Dino Tedesco scrisse che, insieme con Italo Terzoli, era «il papà di Sarchiapone», il celebre sketch televisivo interpretato da Walter Chiari a fianco di Carlo Campanini.

Stiamo parlando di Carlo Silva, un nome che a molti non dirà granché ma, si sa, la polvere del tempo, come le correnti del Lete, il fiume mitico dell'oblio, possono rivelarsi impetuose, a volte inesorabili. Nei confronti di questo lombardo mite e solenne (era nato a Seregno nel 1921), di buone e antiche maniere, dalle mille idee, lo sono state fin troppo. Oggi sono in pochi, pochissimi a ricordarsi di lui. Nella sua Storia della televisione italiana Aldo Grasso gli dedica due microscopiche citazioni. Anche dall'oceano del web emergono solo poche e frammentarie notizie. Viene quasi in mente, con una punta di malinconia, il don Abbondio che «rumina tra sé» ed esclama: «Carneade! Chi era costui?». Eppure Silva è stato uno scrittore apprezzato e incredibilmente prolifico. Capace di scrivere decine di copioni per il teatro di rivista, fu direttore di collane umoristiche (per Bietti pubblicò, tra gli altri, Enrico Vaime, Giorgio Saviane, Dino Buzzati), ideatore e autore di trasmissioni per la radio e la televisione (La Domenica sportiva, Dribbling). Innamorato di Milano, che descrisse con lo sguardo letterario del flâneur in gustosi diari e racconti (suo anche El Tecoppa), Silva vanta una carriera che, nel campo della cultura umoristica del Novecento può essere affiancata, senza sfigurare, a quella di nomi assai più noti come quelli di Marcello Marchesi, Giovannino Guareschi, Achille Campanile, Vittorio Metz, Umberto Domina, Giovanni Mosca.

Silva morì, esattamente venticinque anni fa, al Policlinico di Milano per le conseguenze di un ictus e ai suoi funerali, ha raccontato l'amico Roberto Brivio, quello dei Gufi, «fu uno squallore: eravamo in pochi, io, la moglie, amatissima, di Carlo, Paolo Mosca, qualche giornalista. Una quindicina di persone in tutto».

Silva era convinto che si potesse sorridere anche di fronte alle vicende più tragiche. E a lui non si poteva certo dire che non gliene fossero capitate... Una, in particolare, cambiò per sempre la sua esistenza. La racconterà in Vengo dalla Siberia, un libro del 1973 sconosciuto ai più ma che andrebbe riscoperto. Nel dicembre 1942, durante la tragica ritirata dell'Armir dal fronte russo, abbandonò la zona del Don e arrivò con i piedi congelati a Cerkovo. A lume di candela e con strumenti improvvisati gli fu amputata la gamba sinistra. Aveva vent'anni. Ma non si diede per vinto. Anzi, fu proprio nel campo di concentramento, dove rimase a lungo prigioniero, che allestì i primi spettacoli di rivista per sollevare il morale ai compagni. Decorato con la medaglia d'argento, fu tra i pochi a fare ritorno in Italia nel 1945. «Non sono più tutto vivo», diceva di sé.

«Gentile con tutti e galante con le segretarie e le colleghe» rammenta Vittorio Emiliani che lo conobbe, giovanissimo, al Giorno, «portava spesso giacche di velluto, una nera soprattutto. Era in redazione tutti i giorni, a scrivere le sue spiritose e graffianti critiche televisive, e fu uno dei primissimi a farlo, insieme ad Achille Campanile sull'Europeo».

Parliamo della fine degli anni Cinquanta, la televisione era in bianco e nero, la Rai aveva un solo canale. Preistoria, insomma. Silva conosceva bene il proprio mestiere, anzi, era un anticipatore. Penna fantasiosa e pungente - e uomo di bellissimo aspetto, tra l'altro - fu tra i primi a valorizzare attori poi diventati celebri come Mario Carotenuto, Gino Bramieri, Paolo Ferrari, Valeria Valeri, Nino Manfredi. Le foto e i filmati di quegli anni lo ritraggono insieme a tanti nomi della cultura e dello spettacolo, da Alberto Sordi a Enzo Tortora, da Dario Fo a Gina Lollobrigida, fino a Sophia Loren, con la quale partecipò a un tour promozionale durante una crociera. Lui per presentare un volume illustrato da Raymond Peynet, lei un libro di ricette (funzionavano già allora...).

Tante sarebbero le curiosità e gli aneddoti da raccontare a proposito di questo «umorista con la gamba di legno» e il bastone d'ebano (una volta si dimenticò la protesi su un taxi...), sordo alle sirene della militanza ideologica, allergico agli imperativi dell'engagement. Nell'Italia degli anni Settanta, delle dure lotte di fabbrica e dei massimalismi velleitari, Silva pubblicava I 49 racconti non di Hemingway oppure Come fare lo sciopero con amore (anche questo arricchito dalle immagini di Peynet), in cui al Libretto rosso di Mao si contrapponeva il Libretto Rosa di Cupido... Alle barricate culturali, insomma, Silva preferiva la levità.

Nel 1976 lasciò dopo pochi numeri la direzione della rivista di umorismo e costume Il quaderno del sale - dalle cui ceneri sarebbe poi nato Il Male - perché si sentiva ormai fuori posto. I tempi nuovi esigevano cattiveria, sarcasmo, vetriolo. Un gesto di coerenza anche quello. Carlo Silva, intellettuale vero, rimase fedele a una massima che spesso amava ricordare: «L'umorismo sta alla satira come il fioretto sta alla sciabola».

di Riccardo Lascialfari, autore di un documentario in fase di realizzazione su Carlo Silva