La luna di Mieli e il tramonto di Prodi

Destò qualche stupore, nel marzo del 2006, l’editoriale del Corriere della Sera nel quale si invitavano i lettori del giornale e gli italiani tutti a votare per il centrosinistra nelle elezioni in programma di lì a un mese. A stupire di più, almeno chi scrive, furono alcune righe nelle quali si indicavano quali garanti della coalizione Romano Prodi, i segretari dei due partiti maggiori, Piero Fassino e Francesco Rutelli ai quali si aggiungeva un quarto nome, quello di Fausto Bertinotti. Il giornale che storicamente raccoglie nella proprietà il cuore del capitalismo italiano, dunque, indicava quale garante della governabilità, e intanto di una sana linea economica, il leader di un partito che a cominciare dal nome avrebbe dovuto ispirare, a occhio e croce, qualche diffidenza in più.
All’indomani della vittoria prodiana, allorché l’Unione coi suoi ventimila voti di vantaggio si spartiva senza complessi apparenti le più alte cariche dello Stato, si ebbe la conferma che la carta di Bertinotti era davvero di primaria importanza nel disegno prodiano, condiviso peraltro da attori imprevedibili. Avvenne allora, in effetti, che al candidato Ds alla presidenza della Camera D’Alema venne opposto un rifiuto, perché la scelta del premier era caduta su Bertinotti. Nacque allora il nome di governo Prodinotti col quale l’opposizione indicò la coalizione che da allora ci avrebbe governati.
Si teorizzò da pensosi politologi che Bertinotti si sarebbe potuto inserire nel giuoco di governo, nelle istituzioni, forse più semplicemente per tenere buona l’area estrema della nostra sinistra. A un anno di distanza, la genialità del disegno rifulge agli occhi di chi vuol vedere. Lo spettacolo di una settimana fa, quella Piazza del Popolo vuota per una manifestazione della sinistra estrema rivolta «contro Bush ma non contro il governo», e lo spettacolo di un variopinto e aggressivo corteo del «movimento» rivolto invece contro Bush e contro il governo (colpevole di riceverlo nei suoi palazzi) ha confermato che la sinistra estrema, Bertinotti o non Bertinotti, comprende in sé come sempre i baldi giovanotti che nei cortei ripetono da sempre slogan, che quando non sono odiosi sono vecchi e stantii, e che suonano rassicuranti per chi non rinuncia ai miti e ai fantasmi di un rivoluzionarismo chiassoso e violento. Che non rinuncia al privilegio di menare le mani, di sfasciare vetrine e azzuffarsi con la polizia, come in quel giorno avvenne. Nella certezza, e qui i compagni al governo possono tornare utili, di non rischiare poi molto.
Da allora Rifondazione vive una crisi penosa. Quelli che già stavano con un piede dentro e uno fuori, i Turigliatto, i Cannavò, i trotzkisti, se ne sono andati e brigano, col già costituito Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, e magari nella speranza di tirare dentro i Casalini e i Bernocchi per dare vita a un ennesimo partito destinato a coprire lo spazio della sinistra più a sinistra, perché in Italia ce n’è sempre una da inseguire e da tenere buona. A trarre le conclusioni dello smacco, accompagnato negli stessi giorni da un vistoso calo elettorale, ha provveduto il segretario del Prc Franco Giordano il quale ha reso pubbliche alcune sagge riflessioni: non ci saranno più due piazze, noi saremo d’ora in poi dalla parte del movimento; il governo scelga da subito di stare «dalla parte del popolo» e la cosa valga da subito per il tesoretto, le pensioni, la legge Biagi e il resto.
Il governo non potrà giovarsi di questi né di altri moniti. Anche perché a perdere le elezioni, più ancora di Bertinotti, è stata l’ala che si definisce riformista, e il Partito democratico al quale non si poteva augurare esordio peggiore. Di conseguenza, Rutelli ha rivolto anche lui un monito al governo, quello di darsi una mossa. È lo stesso di Giordano. C’è il particolare, pietoso, che le direzioni indicate a Prodi sono, per Giordano e per Rutelli, diametralmente opposte. Sia reso grazie agli strateghi che ci hanno messi in questo pasticcio.
a.gismondi@tin.it