Il lungo inverno caldo  del ministro degli Esteri



Non sarà che l'agenda del ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, soggiace a
considerazioni climatiche? Sapete com'è, con questi skipper abituati alla
tintarella d'altura bisogna starci un po' attenti. Era il 1° settembre,
tempo di migrare, quando il ministro ci fece sapere dall'inospitale
Lappeenranta in Finlandia (temperatura media in quel periodo 12 gradi) che
di lì a cinque giorni avrebbe traslocato le ossa nella più calorosa Ramallah
in Cisgiordania (temperatura media 23 gradi), per incontrarvi il presidente
palestinese Abbas.
Da allora ha fatto il giro delle città baciate dal sole: il 7 settembre
Amman in Giordania e Tel Aviv in Israele; il 23 novembre Tripoli in Libia;
il 21 dicembre Tibnin in Libano; il 26 dicembre Santiago in Cile (dove la
colonnina di mercurio toccò i 29 gradi); il 31 dicembre Brasilia in Brasile
(appena 26 gradi, mannaggia); il 4 gennaio Lima in Perù (ancora 26); il 12
gennaio Riad in Arabia Saudita (22 gradi); il 14 gennaio Doha in Qatar e
subito dopo Abu Dhabi negli Emirati arabi uniti (21 gradi in entrambe le
località).
Va riconosciuto che le dure leggi della diplomazia hanno imposto a D'Alema
uno sgradito benché fulmineo ritorno in Finlandia, a Tampere, il 28
novembre, preceduto da una puntatina a Kabul e Pechino e seguito da un
incontro col presidente Putin a Mosca. Ma va anche aggiunto che si trattava
di eventi non interamente dipendenti dalla sua volontà: una riunione dei
ministri degli Esteri dei Paesi Euromed, un incontro fissato da tempo col
primo ministro cinese Jiabao, un Consiglio italo-russo per la cooperazione
economica. In questo fine settimana D'Alema si trova in visita ufficiale in
Giappone e Corea, dove non fa propriamente caldo. Però, tranquilli: il 20
sarà già a Palma di Majorca (temperatura media 20 gradi) per un vertice
italo-spagnolo. Possibile che nel calendario invernale della Farnesina non
figuri mai una visita a Reykjavik in Islanda (minima in questo periodo -2)?
Una cosa è certa: i funzionari del dicastero devono essere bravissimi
nell'incastro delle date, come testimonia questa notizia annegata dentro un
lancio Ansa dello scorso 27 dicembre: «In attesa di incontrare Lula a
Brasilia, in quello che considera il clou del suo viaggio, D'Alema ha aperto
una parentesi privata che lo vedrà per alcuni giorni con la famiglia nella
Patagonia e nella Terra del Fuoco cilene». I suoi cari si saranno trovati
per caso a Ushuaia? L'avranno colà raggiunto con volo di linea Roma-Buenos
Aires, proseguendo poi in pullman? Oppure erano già al seguito sull'aereo di
Stato che ha portato il ministro in Sudamerica giusto in tempo per le
festività di fine anno? È vero che nella Tierra del Fuego, a dispetto del
nome, fa un freddo becco, ma lo spirito d'adattamento degli skipper, incluso
quello di Ikarus, si risveglia sempre in vista di Capo Horn.
PROVENZANO FOR PRESIDENT. Imparo da un articolo di Francesco La Licata,
mafiologo della Stampa, che il recente rapimento del latifondista Pietro
Licari, avvenuto a Partinico (Palermo), è da considerarsi un'aperta sfida
alle cosche. Pare infatti che questo sia «un reato maledetto da Cosa
nostra»: «Esiste il divieto di compiere sequestri di persona in Sicilia. Fu
deciso alla fine degli Anni 60 da Gaetano Badalamenti e non risulta che sia
mai stato revocato». Il possidente terriero sarebbe stato strappato ai suoi
cari in seguito all'arresto del boss dei boss Bernardo Provenzano, che da
latitante era riuscito a controllare che nessuno trasgredisse al divieto.
Insomma, una deriva «provocata dalla "forzata" assenza di don Binnu». Mi
tornano alla mente le parole che il senatore Gianfranco Miglio mi disse poco
prima di morire e che allora, otto anni fa, mi parvero a dir poco bizzarre:
«Io sono per il mantenimento della mafia e della 'ndrangheta. Il Sud deve
darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos'è la
mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Bisogna partire dal
concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere
costituzionalizzate». Se davvero la mafia è stata capace per quasi 40 anni
di impedire in Sicilia uno dei delitti più odiosi contro la persona, non
sarà il caso di affidarle il comando delle operazioni di polizia anche nel
resto d'Italia?
AUT AUT. Che fine ha fatto l'«aut. min. rich.»? Mi manca davvero tanto
quella formuletta, crepitante come i popcorn in forno, che chiudeva le
pubblicità televisive e radiofoniche dei farmaci. Detta così,
l'«autorizzazione ministeriale richiesta» almeno aveva un pregio: era breve.
Ma li avete sentiti i nuovi spot? «È un medicinale che può avere
controindicazioni ed effetti collaterali. Leggere attentamente il foglio
illustrativo. Non somministrare ai bambini al di sotto dei tre anni».
Oppure: «È un medicinale. Non somministrare sotto i 12 anni. Se il sintomo
persiste consultare il medico. Leggere il foglio informativo». Ora, siccome
uno spot di 30 secondi su Raiuno tra Affari tuoi e una partita di calcio
costa la bellezza di 110.000 euro, è comprensibile che nessuna azienda
voglia spendere 33.000 euro (9 secondi, il tempo medio di lettura della
prima frase) per far recitare allo speaker una formula di legge. L'audio
viene quindi accelerato per risparmiare soldi, con un demenziale effetto
Ridolini. Se quell'avvertenza è un adempimento puramente burocratico, come
l'assurda velocità nella lettura sembra comprovare, chi l'ha introdotto
abbia il coraggio di abolirlo. Se, viceversa, si tratta di una norma
decisiva a difesa del consumatore, si obblighino le aziende a sillabare
parola per parola, affinché anche i più distratti possano prestarvi
attenzione.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it