L'universo di "Donne" sembra un ballatoio

Esiste un modo infallibile per capire immediatamente com'è un programma televisivo al debutto: se il conduttore o la conduttrice lo presentano come «nuovo» e «coraggioso», si può stare certi che non lo è. Monica Leofreddi, nel presentare Donne (dal lunedì al venerdì su Raidue, ore 15,50), ha usato le suddette parole e, perlomeno, ha consentito allo spettatore di essere messo subito sull'avviso. Non che si pretenda da una trasmissione, specie in questo periodo di calma piatta televisiva, la scintilla dell'originalità a tutti i costi, ma almeno non andrebbero millantate novità che non ci sono. Donne appare anzi come un furbo rimescolamento di programmi precedenti, e in questo senso offre qualche spunto di osservazione legato al modo in cui si progettano oggi i nuovi programmi. È debitore del vecchio Harem, offre il contenzioso dialettico e pettegolo di Uomini e donne, ripropone in molti momenti la teatralità salottiera di Al posto tuo e attinge - nelle parti delegate al docureality - alla recente esperienza di un programma come Amori. Ma al di là della sua struttura di trasmissione-contenitore (nel senso che contiene in sé altri e precedenti programmi) si nota soprattutto l'insistita enfasi sul «quotidiano femminile», sull'esperienza di vita di tutti i giorni delle donne chiamate a raccontarsi. Prima o dopo qualcuno lo griderà con la dovuta forza liberatoria, che non se ne può più di tutte queste donne che se la cantano e se la suonano in televisione, e che la famosa e inseguita parità tra i sessi dovrebbe suggerire - tra le altre cose - di non far diventare lo specifico femminile un genere televisivo, banalizzandolo e togliendogli ogni fascino. Quando nacque, Harem ebbe ad esempio il merito di portare in tivù il punto di vista femminile sul mondo e di dargli visibilità in un periodo in cui non ne aveva. Oggi l'operazione non ha più molto senso, sfruttata fino all'osso sino a creare l'ormai stucchevole retorica del «viaggio nell'universo femminile», delle «storie comuni ma al tempo stesso straordinarie». Poi vai a verificare e ti trovi davanti alla solita psicologa in servizio televisivo permanente, al solito intellettuale ingaggiato per fare da provocatore, e a un pubblico di figuranti che interviene con studiato tempismo per seminare zizzania tra le protagoniste, accusando l'una di «andare in giro con le zinne sempre fuori» o apostrofando l'altra di «mediocrità». E questo sarebbe l'universo femminile, con la sua ricchezza e le sue peculiarità? Più che un universo sembra un cortile, un ballatoio. Prima o dopo, vedrete, salterà fuori qualche associazione che comincerà a protestare nel veder rappresentata in questo modo la femminilità. Fino a poco tempo fa erano le donne per come ce le mostrava la pubblicità a suscitare qualche legittima lamentela. Ora cominciano ad essere quelle rappresentate nei talk show.