Macché superuomo, il padrone del mondo è un superorganismo fatto solo di formiche

Non sottovalutate le formiche. Anche perché esistono da oltre 120 milioni di anni, mentre la specie Homo Sapiens da 200mila anni, non c’è gara. Senza contare che nessuna formica esiste per se stessa in quanto individuo, e in termini di adattamento è un grande vantaggio. Oltre a Darwin lo spiegano bene due mirmecologi di prim’ordine come Bert Hölldobler e Edward O. Wilson nel saggio Il superorganismo (Adelphi, pagg. 602, euro 49).
Gli autori (dei quali ricordiamo il fondamentale The Ants, del 1991) considerano «organismo» non la singola formica ma il formicaio, perché l’intera colonia si comporta come se fosse appunto un unico organismo. Così se il paleontologo Neil Shubin si è dedicato a studiare Il pesce che è in noi (Rizzoli), incluse le branchie che ancora abbiamo nei nostri geni, vestigia del nostro passato acquatico (come i peli, ormai inutili, sono residui genetici del nostro passato scimmiesco), anche studiare questi insetti può essere illuminante per comprendere meglio l’evoluzione umana, scoprendo la formica che è in noi.
Le formiche hanno scoperto l’agricoltura 60 milioni di anni prima dell’uomo. Le termiti macrotermìne e le formiche attine hanno pertanto compiuto una vera e propria transizione dalla caccia all’agricoltura, come avverrà ere geologiche dopo nelle società umane. Le formiche tagliafoglie, suddivise in regine, operaie minor e operaie major, vanno alla ricerca di foglie da asportare con le mandibole per poi triturarle, depositarle in lettiere e concimarle con i propri escrementi per coltivare i funghi di cui si nutrono.
Le formiche comunicano chimicamente, attraverso la decodificazione di feromoni secreti da decine di ghiandole specializzate. I maniaci della separazione concettuale fra naturale e chimico resteranno delusi, anche perché in natura tutto è chimico: un allarme viene lanciato mediante l’emissione e la decriptazione di una molecola di 4-metil-3-eptanone e svariate miscele di idrocarburi. Il funzionamento di un superorganismo, analizzato negli elementi che lo compongono, è prevedibile e dimostra come una società estremamente complessa si possa evolvere automaticamente, attraverso la collaborazione adattiva di migliaia di automi e l’esecuzione di algoritmi istintivi, senza alcun bisogno di una coscienza.
Analogamente il formicaio della nostra coscienza è il risultato di processi non coscienti. Basta scendere biologicamente di livello gerarchico, appena al di sotto dei processi consapevoli: nessun gene ha coscienza delle proteine che codifica, nessun nostro organo è al corrente di ciò che è. Il cuore batte senza sapere perché e i computer fanno calcoli complessi senza sapere di conoscere la matematica. Lo spiega bene Richard Dawkins nel suo famoso saggio L’orologiaio cieco (Mondadori), o il filosofo Dan Dennett (si legga il suo interessantissimo Brainstorms, uscito da Adelphi): la vita è il prodotto di un insieme di competenze dove «la coscienza è il risultato di un gran numero di attività non coscienti».
Infine, nella lotta biologica tra organismi e superorganismi, mentre noi umani siamo arrivati a essere 7 miliardi, il numero globale delle formiche è stimato tra 1 e 10 milioni di miliardi, e la loro biomassa totale è pressoché pari a quella umana ma, a differenza nostra, non avranno mai problemi di sovrappopolazione. Da un punto di vista evolutivo «piccolo» è sempre stato meglio, e le formiche sono sopravvissute all’evento K-T che 65 milioni di anni fa portò all’estinzione dell’85 per cento delle specie viventi, inclusi i dinosauri, e con ogni probabilità sopravviveranno anche a noi. Neppure Nietzsche ci aveva pensato, ma di fronte al superorganismo non c’è superuomo che tenga.