Il «made in Italy» vittima di quei nomi così «italiani»

Il fenomeno dell'imitazione evocativa dei prodotti italiani, afferma la Cia, costa 4 miliardi ai produttori italiani che esportano in Usa. E anche in Europa non va meglio.

ROMA - È una tecnica di marketing molto nota: si chiama «foreign branding», letteralmente «marchiatura straniera» e consiste nell'assegnare a un prodotto un nome che nell'immaginario del consumatore evochi l'idea della qualità per eccellenza. È il caso dei celebri gelati Häagen-Dazs, americanissimi ma che nel nome ricordano la gelida Scandinavia e perciò nello statunitense medio rappresentano il «freddo al 100%» pur essendo stati inventati da due immigrati polacchi.
Fosse per i gelati il danno sarebbe minimo. Il problema è che nel settore alimentare il «foreign branding» è il principale killer del «made in Italy» perché prodotti chiamati con nomi italiani molto spesso di italiano non hanno nulla. È il caso del Parmesano o Parmesan che ricorda il Parmigiano Reggiano, ma parmigiano non è.
La Cia, Confederazione italiana agricoltori, ha fatto due più due e ha scoperto che gli agricoltori italiani pagano un conto salatissimo all'«Italian sounding». Negli Stati Uniti, dove tre prodotti su quattro vengono spacciati per italiani, ma sono unicamente delle semplici imitazioni, i nostri produttori perdono oltre 4 miliardi di euro. Altri mercati dove il «made in Italy» è penalizzato sono quelli del Messico e del Canada, ma anche in europa non va meglio. In Francia, Germania e Olanda più della metà dei prodotti con nomi italiani non è prodotto nel nostro Paese.