Mafia, Dda Palermo avverte: processi a rischio Alfano: impediremo paradossali benefici ai boss

Una nuova norma del pacchetto sicurezza prevede aggravanti per i reati legati alla criminalità organizzata. E una sentenza della Cassazione obbliga a celebrare questi processi in Corte d'Assise. L'allarme della direzione antimafia di Palermo: "Troppi procedimenti a rischio nullità"

Palermo - Sospeso e rinviato un processo di mafia (un troncone del Perseo) al tribunale di Termini Imerese, altri ne salteranno nei prossimi giorni. A Palermo e non solo. La direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliana è in allarme ed è già stata convocata una riunione per lunedì 15 febbraio. Il motivo è una sentenza della Cassazione che ha dichiarato l’incompetenza dei tribunali a giudicare il reato di associazione mafiosa, in presenza di alcune aggravanti. Nei giorni scorsi una decisione analoga era stata adottata dalla quarta sezione del tribunale di Palermo, che aveva sollevato la questione d’ufficio, invitando le parti a dedurre e rinviando un processo contro i boss Nino, Aldo, Salvatore e Giuseppe Madonia. Sulla materia interviene il ministro della Giustizia, Angelino Alfano: "Il governo impedirà paradossali benefici ai boss".

Alfano: niente benefici ai boss "Tutti possono stare tranquilli: il governo farà in modo che non ci siano conseguenze negative da un fatto positivo come l’inasprimento delle pene per i reati di 416 bis". Lo ha detto il ministro alla Giustizia Angelino Alfano rispondendo ai giornalisti. "Non conosco nella sua motivazione, ma solo nel dispositivo la sentenza di Cassazione - ha aggiunto - faremo di tutto per evitare che ci possano essere delle conseguenze negative per evitare un grande paradosso, e cioè che dall’inasprimento delle pene possa derivare un beneficio per i boss. Eviterei aggettivi estremi ed eccessi di ansia - ha aggiunto rispondendo ai giornalisti che riportavano le dichiarazioni allarmate di alcuni magistrati, come il procuratore aggiunto Antonio Ingroia - perché il governo dell’antimafia, delle leggi e dei fatti, provvederà a evitare che effetti distorsivi possano verificarsi soprattutto per i processi in corso". 

Allarme processi di mafia Il rischio di un azzeramento di decine e decine di processi di mafia, "in ogni stato e grado del giudizio", dunque anche già conclusi in appello, magari dopo anni di dibattimento, è più che concreto. La "colpa", paradossalmente, è di una norma antimafia, che ha inasprito le pene per il reato associativo: quando scattano tre aggravanti, previste dall’articolo 416 bis del codice penale, le condanne possono arrivare a 24 e anche a 30 anni e dunque scatta la competenza della Corte d’Assise. Tutto ciò che eventualmente dovesse essere stato fatto dal tribunale è destinato a essere travolto dalla nullità.

Condanne e aggravanti La durezza delle condanne non è un’eventualità teorica. La settimana scorsa i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno avuto 30 anni in uno dei dibattimenti del filone Addiopizzo, perché nei loro confronti i giudici hanno applicato la recidiva reiterata e specifica e le aggravanti di essere stati "capi e promotori", di avere costituito un’associazione armata e di avere sfruttato i proventi di attività illecite in iniziative economiche. Stessa cosa, nel Gotha, in appello, per i boss Nino Rotolo (29 anni) e Franco Bonura (23).

La legge e la sentenza La norma che eleva le pene è contenuta nel "pacchetto sicurezza", approvato con la legge 125 del 24 luglio 2008. Il mese scorso la Cassazione si è trovata a decidere su una prima eccezione di incompetenza, presentata dai difensori di alcuni imputati di mafia a Catania: i supremi giudici hanno accolto il rilievo e assegnato il processo alla Corte d’Assise. A ruota, la quarta sezione del tribunale di Palermo (la stessa che sta giudicando il generale Mario Mori per favoreggiamento aggravato dall’agevolazione di Cosa Nostra) ha rinviato il processo Madonia senza nemmeno cominciarlo e oggi la stessa cosa è avvenuta a Termini Imerese, su congiunta richiesta del pm Caterina Malagoli e di alcuni legali, tra cui Nino Caleca e Domenico La Blasca.

Rischi Ora il rischio di far saltare tutti i processi e di vedere i boss tornare liberi per decorrenza dei termini è altissimo. E in futuro, l’eventuale assegnazione alla Corte d’Assise presenta il rischio di ingolfamento ulteriore per una giustizia già lenta. Oltre al fatto di far giudicare reati come quelli di mafia da una maggioranza di giudici popolari, che non sono tecnici e che, soprattutto, in realtà come quelle meridionali, potrebbero essere condizionati e intimiditi. Un ddl diretto a ottenere questi stessi risultati, l’anno scorso era stato ritirato per le proteste dei pm antimafia. Ma la legge, senza che nessuno se ne fosse accorto, c’era già.