«Mafia e corruzione paralizzano il Mezzogiorno»

RomaIl «cancro» della mafia, diffuse forme di corruzione e di illegalità, «meccanismi perversi» o «semplicemente malsani» nell’amministrazione della cosa pubblica, le inadeguatezze «presenti nelle classi dirigenti» paralizzano lo sviluppo del Mezzogiorno «il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale» lo sta trasformando «in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo».
È forte la denuncia contenuta nel documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, reso noto ieri dalla Cei dopo una lunga gestazione. Un documento che chiede di investire sull’educazione dei giovani e invita la società civile a un rinnovato protagonismo. I vescovi dedicano molto spazio alla mafia nella loro analisi, ma spiegano che «l’economia illegale» nel Mezzogiorno non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, «essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie», come «usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero». Ciò rivela - spiega la Cei - «una carenza di senso civico, che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale, arrecando anche in questo caso un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale».
Riprendendo le condanne già espresse nel passato, ma senza riferimenti espliciti alla scomunica degli affiliati, la Chiesa italiana definisce la mafia «un vero e proprio cancro», una «tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona» che avvelena la vita sociale, perverte la mente di tanti giovani e soffoca l’economia.
«Il controllo malavitoso del territorio - si legge nel documento - porta a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento di corruzione, collusione e concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale». I vescovi scrivono che negli ultimi vent’anni «le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano» sviluppando attività economiche con tecniche e metodi del capitalismo più avanzato. La Cei chiede «un preciso intervento educativo, sin dai primi anni di età, per evitare che il mafioso sia visto come un modello da imitare» e nel documento definisce le mafie come «strutture di peccato». Non manca un cenno autocritico, quando si ricorda che «le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia», dato che «tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile».
Impietosa anche l’analisi sulla politica meridionale: «Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato». E «l’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti» porta i vescovi ad auspicare una nuova classe di laici cristiani impegnati, per aiutare i giovani «ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune».
Il documento - che dedica spazio anche all’immigrazione, alla disoccupazione, alla condizione della donna - affronta il tema del federalismo, che sarebbe «una sconfitta per tutti» se accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia, ma che potrebbe rappresentare «un passo verso una democrazia sostanziale» se «solidale, realistico e unitario».