Maggioranze avariabili

Una maggioranza si definisce tale se riesce a governare, se fa valere in Parlamento le ragioni dei numeri e quelle della politica. Quella dell'Unione non è una maggioranza. Non lo è dal punto di vista aritmetico né politico. Senza i seggi e con poche idee ben confuse, con un altro scenario di crisi imminente, il mago del centrosinistra (Giuliano Amato) ha tirato fuori dal cilindro le «maggioranze variabili».
Cosa sono? Semplice, i voti del centrodestra che si aggiungono a quelli mancanti al centrosinistra per far passare provvedimenti chiave, come sulla politica estera (Afghanistan), quella economica (Pensioni) o istituzionale (riforma elettorale). Voti espressi dal blocco parlamentare moderato in continuità con scelte precedenti o in sintonia con un programma liberale. Voti che secondo i disegni del centrosinistra eviterebbero la crisi, assicurando la sopravvivenza del governo. Qualsiasi cosa accada.
Si tratta di una stupefacente quadratura del cerchio: l’Unione siede nella stanza dei bottoni, non cede nemmeno uno strapuntino, e l’opposizione ricopre l’entusiasmante ruolo dell’ascaro. Non scomoderemo i testi sacri per spiegare ai lettori quale grottesco risultato produce lo stare al governo con i voti degli altri, ma due o tre cose sono da mettere nero su bianco.
Vale la pena ricordare, per esempio, che il governo solo pochi giorni fa è andato in crisi sulla politica estera perché non aveva la maggioranza. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva chiesto a Prodi assicurazioni sulla cosiddetta «autosufficienza» dell’Unione. Poniamo il caso - per niente remoto - che il governo venga sconfitto in Senato sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Se applichiamo la bizzarra teoria delle «maggioranze variabili» e il centrodestra coerentemente vota sì, avremo il seguente risultato: il governo non ha i voti, si salva grazie all’opposizione e va avanti come prima e più di prima, perché tecnicamente il provvedimento è passato. È quanto invocava il Presidente Napolitano? È quanto si attendono gli elettori? Nemmeno alla corte di Bisanzio sarebbero arrivati a tanto.
Il procedimento si applica al resto del programma. Prendiamo l’altro tormentone, quello sulla legge elettorale. Cosa va cercando il centrosinistra? Non un accordo, ma una stampella e una bombola d’ossigeno. Qualche voto e un estenuante dibattito da prolungare sine die. Quando Prodi dice di voler condurre in porto una legge elettorale «condivisa», lo fa solo perché non ha i numeri per far passare una riforma a «colpi di maggioranza». Lo testimonia il fatto che mentre il ministro Vannino Chiti fa «l’esploratore» e il portavoce di Palazzo Chigi dice che non c’è nessuna iniziativa del governo, il presidente del Consiglio - secondo quanto ha raccontato ieri il leghista Roberto Maroni - assicura che della riforma elettorale se ne occupa lui in prima persona. È la prova che quella del Parlamento sovrano per il Presidente del Consiglio è una finzione. Proviamo a spremere le meningi: se il teorema delle «maggioranze variabili» è ancora valido, il risultato sarà che Prodi otterrà una legge elettorale su misura per lui con i voti dell’opposizione.
È dallo scorso aprile che la tenuta delle istituzioni è messa a dura prova. Lo ha ripetuto più volte il Presidente della Repubblica e non è stato ascoltato. Tanto che la prima crisi del governo Prodi è stata archiviata come se nulla fosse successo, dimenticando che simili maggioranze non sono variabili ma avariabili.