Malattia e lezioni di dignità umana

H o avuto l'occasione di visitare un reparto per lungo degenti che hanno avuto gravi problemi di comportamento e disadattamento. Colpiscono innanzitutto le storie: vi sono persone per cui un matrimonio fallito, un amore venuto meno, l'incapacità di educare o essere educati, o l'incapacità di reggere la competizione nel mondo del lavoro, non hanno solo avuto conseguenze sociali, ma sono stati l’inizio di un deragliamento umano.
Alcol e droga sono stati il modo per evadere da questa condizione e, nello stesso tempo, lo strumento per uscire dalla strada dei «normali». Così, molte di queste persone hanno perso tutto e, al di fuori delle mura dell'ospedale, semplicemente non hanno, in molti casi, più niente: gli amici se ne sono andati e i parenti si domandano come liberarsi di questo fardello o, nella migliore delle ipotesi, non sanno come aiutarli, una volta usciti da lì.
Si potrebbe quindi pensare di incontrare gente senza spessore umano. Invece si rimane stupiti per il senso di profonda dignità umana di chi si incontra in questi luoghi: quando uno ha perso tutto e può riflettere su di sé e sugli altri, spesso ritorna a essere vero.
È come trovarsi improvvisamente nell'atmosfera descritta magistralmente da Solgenitsin in Reparto C: persone ammalate di cancro curate nel reparto di un ospedale in una città dell'Asia sovietica e lì, senza i galloni di funzionario di partito o una buona condizione sociale, si ritrova nello stesso tempo nuda e, paradossalmente, più attenta ai bisogni e a ciò che vale in sé e negli altri.
Un'esigenza umile di speranza e un desiderio di cambiamento, conscio delle poche forze che si hanno, si esprime in cose semplici e minute, quelle che nel mondo di fuori si è imparato a disprezzare. Ci si sta ad ascoltare e se si può ci si aiuta; il tempo, privato del suo nesso feroce con il denaro, acquista il suo valore; si hanno attimi di dialogo vero in cui scambiarsi una sigaretta, sentire cantare una canzone o raccontare la possibile visita di un amico o un pezzo della propria storia. Non si avverte il giustizialismo feroce che circola tra i «normali»: ci si sente in qualche modo compagni di viaggio nell'avventura umana, nella percezione, per quanto confusa, di un comune bisogno di liberazione dal male. Invocare Dio e pensare che Gesù sia l'amico che non tradisce, può ricominciare a sembrare una cosa razionale. Si rimane molto colpiti anche quando capita di vedere che chi è preposto a curare queste persone, affronta questo impegno, oltre che in modo altamente professionale, anche con grande umanità, guardando il suo ospite per la libertà con cui può affrontare il suo cammino umano, prima che per la sua difficoltà. Non è un lavoro esente da gravi rischi perché divenire più coscienti e lottare per risollevarsi significa, per chi è caduto, anche tornare a soffrire... Che senso ha sprecare denari pubblici e privati per gente così, per i nuovi «vinti» della nostra società? Nessuno, per chi è ammalato di un liberismo dove domini la competizione e la ricerca del successo e dell'efficienza, senza rispetto per il dramma umano. Nessuno, per chi propone modelli di assistenzialismo statalista che tratta il bisogno del singolo come qualcosa da standardizzare. Molto, per chi ricorda che ogni uomo è unico e irripetibile e ha sempre il diritto di desiderare e sperare un'esistenza migliore, una felicità. Quando si guarda un talk show o si legge una predica laica sui giornali, pensare anche a tutto questo può aiutare a svelare gli inganni consueti.
* presidente Fondazione per la Sussidiarietà