La maledizione del Peloponneso una storia di fiamme e cenere

Una terra devastata dagli incendi al punto che gli antichi diedero alla potenza del fuoco il nome di Efeso

Dicono ad Atene che il modo più bello di godersi il panorama della città sia di scendere lungo la spirale selciata del Likavittos, la cuspide di roccia e alberi che si erge per 263 metri nel cuore dalla capitale, lasciando il gioiello bianco di Agios Giorgios, la chiesetta in stile cicladico sulla sommità, fino alle gradinate e ai viali ombrosi del Kolonaki. Meglio se camminando in dolce compagnia. Ma dubitiamo che in queste giornate di fuoco gli innamorati possano seguire il consiglio. La cronaca riferisce che un manto di fumo, spinto dal meltemi, secco vento del nord, sovrasta l'immenso agglomerato ellenico. L'incendio, insieme al terremoto e alla guerra, ha scandito da sempre le tappe storiche più dolenti di una terra riarsa dalla siccità ed esposta alle raffiche. Tanto che gli antichi diedero alla potenza del fuoco le fattezze di un dio, Efesto, benefico per l'energia che stempera i metalli e modella la creta in utensili e vasellame, ma spaventoso per la furia dei vulcani e la devastazione delle fiamme, che alimentarono anche l'epica guerriera di Omero. Monumenti e templi crollarono ripetutamente in cenere, sempre ricostruiti da un popolo che eventi catastrofici e assalti ostili riuscirono di rado a piegare. Atene ha il fuoco nella sua memoria antica. Lo appiccarono i Persiani, calati nel 480 a. C. agli ordini di Serse. Arse la città. Sfumò il tempio di Atena sull'acropoli. Empietà che costò cara all'invasore, distrutto nello scontro navale di Salamina. Sui ruderi anneriti del santuario, Pericle fece erigere il monumento dei monumenti, il Partenone che, seppure squarciato da altre esplosioni, ancora trionfa a teste di una civiltà perenne, serena di geometrici rigori e della calma bellezza che, forse più di altro, danno sostanza all'idea stessa di cultura, di Europa. Narra Erodoto nelle sue Storie che, nell'incendio blasfemo di Serse, sulla balconata più bella del mondo, l'acropoli, fu ridotto in neri tizzoni anche l'ulivo sacro che la stessa Atena aveva radicato a quel suolo di pietra. Ma il giorno successivo alle fiamme, il miracolo: un ramo possente, un virgulto lungo tre cubiti, verde e coperto di fiori, già svettava dal tronco immortale. Serse rabbrividì al presagio, ritirandosi, forse indovinando che era perduta la sfida contro una fede capace di far rifiorire alberi-simbolo corrosi dalle fiamme. Oggi non è più il tempo degli ulivi divini, ma di ruspe e Canadair. Nel compiangere le vittime e il disastro, conforta pensare che l'idea ellenica è di quelle che non si spegneranno mai.