Malgoverno: la morte a Venezia

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Venezia muore? Di sicuro sta sempre peggio. Il Festival del cinema di Roma inventato da Veltroni rischia di soffocare e finirà con l’uccidere lo storico appuntamento annuale del Lido, l’unica vetrina internazionale per la città. Danni ben maggiori li causerà la decisione del governo di bloccare i lavori del Mose, l’unica barriera possibile contro l’inarrestabile erosione del mare. Le polemiche, da tempo, sono più alte dell’acqua quando sommerge piazza San Marco. Ed hanno raggiunto un livello tale che in molti - ultimo in ordine di tempo l’editorialista del Corriere della Sera, Francesco Giavazzi - propone addirittura di non stanziare più fondi per Venezia. Per capire che cosa stia accadendo siamo tornati a Venezia.
«Volete scipparci anche la Mostra del Cinema» dice indignato il cameriere del mio ristorante preferito alle Zattere. L'aver casa lì a due passi non è sufficiente a giustificare il mio amore per Venezia, l'esser nato a Roma gli basta per ritenermi complice di Veltroni. «Magari in cambio ci danno una panetteria, un negozio di frutta e verdura, una tintoria» ribatto un po' brusco, ma sottolineando con quella particella pronominale di prima persona plurale il mio diritto a stare fra i veneziani. «In che senso?». «Nel senso che se dalla Salute; dove siamo, voglio trovare un fornaio debbo arrivare a San Trovaso, per le mele e le pere non mi basta Campo Santa Margherita, per una giacca da smacchiare San Polo... Un'ora abbondante per tre commissioni che in qualsiasi altra città, non dico capitale, sbrighi in dieci minuti. Venezia fa sessantamila abitanti e invecchia: tempo vent'anni, se avrò ancora la forza di camminare dovrò rassegnarmi a mangiare le maschere di cartapesta e le gondole di vetro plasticato, unici generi che proliferano». «Il cinema è un'arte» sbuffa lui risentito. «E infatti, per dieci giorni facciamo la Mostra internazionale, per gli altri 355 in tutta Venezia c'è una sola sala cinematografica funzionante. Anzi no, sono due, solo che l'altra è la Lido... Stiamo morendo, amico mio» concludo sottolineando di proposito la terza persona plurale: «Non che la cosa mi tocchi più di tanto. Sono abbastanza cinico per fregarmene dei posteri, con la scusa che loro se ne fregano di me, ma almeno non continuiamo a raccontarci delle favole...».
Il barman del Gritti, il più bel bar del mondo, quadri di Longhi alle pareti, un bancone che è una navata d'altare barocca di cui esiste un solo esemplare gemello, che non a caso è a San Pietro, mi dice che i clienti giapponesi dell'albergo sono un problema. Si portano il cibo in camera: cartate di pizza straunta, tramezzini, orribili panini. «Già gli ci vuole un mutuo per dormire qui» lo consolo con affetto, «se debbono anche mangiare gli tocca vendere qualche parente». «Ma Venezia è piena di alberghi, ce n'è per tutte le tasche». «Però è anche strapiena di pizzerie al taglio, i bàcari tradizionali scompaiono, i ristoranti per turisti sono sempre di più, sempre più cari, sempre più infimi. È un circolo vizioso». Il problema è che i veneziani vorrebbero avere i soldi dei turisti, ma non i turisti. I turisti ricambiano cercando di avere Venezia senza i veneziani. Chi pensate che, alla lunga, vincerà?
Dopo che nel 1966 Venezia finì sott'acqua, Indro Montanelli si mise in testa di salvarla. Vi prese casa, scrisse decine di articoli di denuncia, diede il suo nome, la sua voce, il suo appoggio, ai vari organismi salvifici che mossi dallo stesso impulso andavano formandosi. Lì per lì la città lo salutò come un eroe, ma dopo un po' fra denunce, scambi di accuse, cause in tribunale i veneziani si convinsero che «l'acqua alta» fosse colpa sua e lui gettò la spugna. Negli anni a seguire, a chi gli chiedeva come e perché fosse andata a finire così si limitò a ricordare il giudizio che Mussolini aveva dato dell'Italia e degli italiani: governarla, ovvero governarli, diceva la Buon'anima, non era impossibile, era inutile. E lo stesso, era la convinzione di Montanelli, valeva per la salvezza di Venezia e dei veneziani...
Certo, capire la psicologia di una città e di chi la abita non è mai un esercizio facile, e ancor più difficile esso è se lo si applica a chi per la sua storia pregressa è stata Occidente - ma anche e forse soprattutto Oriente, bizantina nella forma come nei suoi comportamenti, unica e irripetibile, in perenne, instabile equilibrio...
John Berendt, un giornalista americano di successo cui si deve l'ultimo libro in materia, The City of Falling Angels, pubblicato quest'anno in Italia da Rizzoli (La città degli angeli caduti) ci ha provato, ma i risultati lasciano a desiderare. Perché se da un lato Venezia è un patrimonio dell'umanità, e quindi gode dell'attenzione anche spasmodica di miriadi di associazioni internazionali che si preoccupano della sua salvaguardia, una trentina almeno, in rappresentanza di undici nazioni, dall'altro è un patrimonio che i veneziani sentono gelosamente e snobbisticamente proprio. Esemplare, da questo punto di vista, è la risposta che Giovanni Volpi di Misurata, il figlio di quel conte Volpi che creò la Mostra del Cinema, ha dato allo stesso Berendt: «Perché gli americani debbono venire a Venezia per salvarla? Gli americani non vanno a Parigi per salvarla, giusto? Quando lei vede un vecchio palazzo veneziano di cinquecento anni, può essere che sia malandato, e persino in pericolo. Ma non lo può descrivere come in rovina. È da cinquecento anni che dura! La Venezia in rovina è un grande mito. Ecco cosa penso io di Save Venice. Lasciamo perdere. Venezia si salverà da sola. Andate e salvate Parigi!».
Il bello è che il conte Volpi non ha mai lesinato il suo disprezzo critico alle famiglie veneziane pari alla sua e ai veneziani in genere, avidi, avari, inconcludenti e sempre gli uni contro gli altri armati. E del resto basta fare un giro per calli e campielli per rendersi conto che la città si spopola: i negozi, lo abbiamo già detto, scompaiono, si moltiplicano gli alberghi, ma si rarefà il tessuto urbano, la sporcizia aumenta e insomma sempre più l'apparenza prende il posto della sostanza.
Anche la costosissima vicenda del Mose è sintomatica, perché per ogni relazione tecnica che ne garantiva la insostituibile esigenza se ne è sempre trovata una contraria che ne sottolineava l'assoluta pericolosità e perché le alleanze politiche in laguna hanno messo ogni volta in discussione le scelte politiche nazionali. Per dirla in numeri, ci sono voluti trentasette anni e tre leggi speciali perché dalle parole si passasse ai fatti, si sono aperti i cantieri tre anni fa, se ne sono già andati più di due milioni di euro e nessuno è pronto a giurare che di qui al 2011 lo vedremo veramente in funzione.
L'alterigia, la consapevolezza della propria unicità, fanno il resto, in un combinato disposto inestricabile. Stefano Zecchi, un veneziano doc, definisce tutto questo molto goldoniano, le baruffe chiozzotte in cui tutti litigano, tutti sparlano, tutti si scambiano di ruolo e nessuno fa niente perché tanto niente si può fare: Venezia è lì, c'è da mille anni, cosa si vuole di più?
L'unicità è in fondo una condanna e una salvezza. Ci vorrebbero poteri straordinari per venirne fuori: che so, ripopolarla a forza, contingentare il turismo manu militari, impiantare ex novo e con contributi a fondo perduto arti e mestieri... Negli anni Ottanta, ai tempi del socialismo trionfante, Gianni De Michelis tirò fuori dal cilindro la formula dei «giacimenti culturali», Venezia come fucina di idee, di progetti, di scommesse. Vent'anni dopo, se uno fa un giro nelle due grandi librerie cittadine, la storica Toletta e la più recente, un paio di anni di vita, Mondadori, e le paragona con due librerie medie di qualsiasi altra capitale italiana, da Bari a Torino, esce sconfortato. Perché il «giacimento» frutti, non bastano gli specialisti o la mano d'opera, ci vuole tutto il combinato disposto che gli sta intorno.
Dice il sindaco Cacciari che Venezia è incompatibile con la modernità e in questo ha ragione. Solo qui tu sei al riparo dai miti e dai riti che essa comporta. È per questo che nessun architetto potrà scempiarla, nessun assessore potrà renderla più competitiva. Per chi vive proiettato nel futuro, è sicuramente un incubo, a chi, come me, del futuro non importa nulla suona come una confortante certezza, ma mi rendo conto che è una posizione estrema... Qui nessun desiderio di futuro sembra all'altezza di ciò che il passato ha comunque dato. Nelle Memorie d'Oltretomba Chateaubriand l'aveva già capito: «I resti di una società antica che produsse tali cose, riempiendovi di disgusto per una società nuova, non vi lasciano alcun desiderio di futuro. Amate sentirvi morire con tutto ciò che muore intorno a voi, vi curate soltanto di rivestire con eleganza ciò che rimane della vostra vita via via che si spoglia». C'è che si illude di sfuggire al tempo correndogli davanti, senza illusioni, può anche essere preferibile perdervisi dentro... Solo che, ragionando così, è un'allegria di naufraghi. Triste, solitaria, finale. Per un singolo può anche essere una colpa, un delitto, per una città, per una nazione è, parafrasando Talleyrand, molto peggio: è un errore.
Stenio Solinas