Mamma che bulli: un italiano su tre adora risse e sfide 

La ricerca di Riza Psicosomatica: il 30% litiga "spesso" o "continuamente". Meglio se con chi è più debole. Per sei su dieci un cattivo carattere "è utile". È il traffico il luogo dove più spesso si scatenano gli istinti aggressivi. Tra le vittime più frequenti i genitori anziani, i lavavetri e i subordinati in ufficio

Milano - Rissosi, litigiosi e attaccabrighe. Nel traffico diventano aggressivi con l’automobilista imbranato che li costringe a scalare la marcia e in ufficio alzano la voce con l’ultimo arrivato anche per i motivi più futili. È il popolo dei «bulli» un po’ cresciuti, i «caporali» della vita di tutti i giorni, che sono stati messi sotto la lente d’ingrandimento da una ricerca pubblicata da Riza Psicosomatica, nel numero in edicola in questi giorni. Sono quelli che a porgere l’altra guancia non sembrano ci pensino proprio e che nel Belpaese sono tutt’altro che minoranza: secondo la ricerca un italiano su tre litiga spesso e volentieri, scatenando le proprie ire con chiunque gli si pari davanti, dal collega d’ufficio al lavavetri al semaforo. Gli esperti lo definiscono una sorta di «bullismo adulto», che porta a sfogarsi soprattutto con i più deboli: i sottoposti in ufficio o, sorpresa, con i genitori anziani. Un fenomeno che coinvolge meno la famiglia, i figli e la vita di coppia perché, spiegano gli psicologi, col proprio partner conviene sempre arrivare a un compromesso. Dove invece ogni forma di buonismo sparisce è nel bel mezzo del traffico cittadino: protetti dalle lamiere dell’auto, è più facile far traboccare gli istinti più brutali. E così ci si ritrova a gridare parolacce contro il principiante al volante, o insultare il ciclista che pedala a fatica nel traffico cittadino. Se poi di mezzo c’è un problema di soldi, la lite scatta spesso e volentieri: il 25% degli intervistati ha ammesso di perdere le staffe per motivi economici, mentre il 17% è aggressivo in ufficio. Ma qual è la scintilla che fa traboccare il vaso? Sopra ogni cosa il bisogno di sfogarsi, unita al fatto di aver di fronte qualcuno di più debole. Molto meno spesso a far scattare la lite è la necessità di affermare i propri principi e le proprie ragioni contro quelli degli altri.
Qualcuno li considera solo dei gran maleducati, eppure dalla ricerca (condotta su circa mille italiani dai 25 ai 60 anni) emerge che avere un cattivo carattere per molti è in realtà una qualità. Una vera e propria corazza utile per proteggersi da qualsiasi pericolo. A suon di rispostacce e con una buona dose di cinismo, infatti, il bullo della situazione tiene a bada il suo interlocutore, incutendo timore e rispetto. La pensano così quasi 6 italiani su 10 (il 56% degli intervistati). Anche se, ammettono poi gli stessi intervistati, avere un cattivo carattere e assumere atteggiamenti da «caporale» comporta anche continui litigi (per il 26% degli italiani), ma anche più libertà (per il 22%) e il fatto di non sentire obblighi nei confronti del prossimo (per il 16%). E se da un lato si pensa di ottenere il maggior rispetto da parte degli altri, dall’altro si «paga» con una fama di persona antipatica e, di conseguenza, più sola. Unica nota positiva: lo sfogo dà sempre un senso di liberazione e distensione. Quasi mai vergogna o senso di colpa.