Mamme fantasma nei campi, boom di sussidi al Sud

Per ottenere circa 5mila euro dall’Inps basta dichiarare di aver lavorato 51 giorni in un anno. Il primato alla Puglia (6.230). L’Istat: strano, le nascite calano

Pierangelo Maurizio

Fermate tutto, tonnellate di saggi sul decremento delle nascite sono da buttare. L’Occidente rischia di scomparire causa culle vuote? Niente paura. Lo salveranno quattro regioni italiane, sempre le stesse: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Dove oltre ad esserci il record dei lavoratori agricoli «disoccupati» con relativo sussidio erogato dall'Inps, le lavoratrici dei campi a tempo determinato (per avere diritto alle prestazioni della Previdenza basta un minimo di 51 giorni di lavoro l’anno, di 5 nelle zone colpite da calamità) restano invariabilmente incinte.
Sarà per l’aria buona, sarà per il contatto con la natura che risveglia i sensi, ma qui tra i campi c’è stato un vero e proprio «boom» di procreazioni, in controtendenza planetaria. In Calabria le «maternità» pagate dall’Inps erano 2.678 nel 1999, 3.192 nel 2000, 3.702 nel 2001, 3.845 nel 2002. Idem in Campania: 2.846 «gravidanze» nel ’99, 3.391 nel 2001 e 3.663 nel 2002. Ma sono le lavoratrici agricole di Puglia a detenere il primato assoluto della fertilità: 4.672 «gravidanze» nel ’99; 4.900 nel 2000; 5.734 nel 2001 e 6.231 nel 2002. Più contenute le siciliane: dai 1.598 pancioni sbocciati nel ’99 ai 1.811 di tre anni dopo.
Gli ultimi dati ufficiali sono quelli che si riferiscono per l'appunto al periodo ’99-2002. Ma all'Istituto di previdenza, scuotendo la testa, dicono che, nonostante i controlli un po’ più stretti, la situazione non è cambiata di molto. Peccato che questo sventolio di fiocchi rosa e azzurri non trovi riscontro nella realtà.
I dati dell'Inps vengono inequivocabilmente smentiti dall’Istat. Non solo in Italia il tasso di natalità è zero, o sottozero. «La lieve controtendenza a fare più figli semmai si registra negli ultimi anni al Nord» dicono all’istituto di statistica con i bollettini alla mano, e confermano: «Al Sud invece continua a diminuire il numero delle nascite».
Che cosa è successo dunque? Una spiegazione c’è. Le gravidanze sono vere. Solo che la maggior parte di queste mamme non ha mai piegato la schiena a raccogliere pomodori o a tirar giù olive. «La Previdenza in queste quattro regioni esercita la massima vigilanza» si legge in una relazione ufficiale dell’Inps dal sapore di fine Ottocento: «Ma, pur in presenza del tasso di natalità quasi a zero, il fenomeno della maternità al Sud è patologico: si tratta di un mezzo di sostegno al reddito familiare».
Da queste parti ad esempio le giovani spose previdenti fanno così. Per il primo anno di matrimonio dichiarano il minimo - 51 «giornate lavorate» - e nel secondo anno 101 giornate che danno diritto alla «prestazione di maternità» piena: circa 5 mila euro.
Nelle quattro regioni in questione si concentra il 70% delle «prestazioni di maternità». Qualche raffronto può essere utile: in Val d'Aosta nel 2002 ne sono state erogate 6, in Friuli 69 e in Veneto, che pure non ha nulla da invidiare alla Puglia in fatto di tradizione bracciantile, 282. Detengono - sempre Campania, Calabria, Puglia e Sicilia - anche il 73% delle «disoccupazioni» e l'86% delle «indennità di malattia» in agricoltura pagate dall'Inps.
Dati che fanno discutere, per usare un eufemismo. Soprattutto ora che il governo Prodi si appresta a «donare» buona parte dei 6 miliardi in euro di contributi previdenziali non pagati dalle aziende agricole e dai lavoratori autonomi (coltivatori diretti, mezzadri, eccetera), di cui due terzi riguardano proprio queste quattro regioni. Le banche si sono «offerte» di acquistare i crediti dall'Inps cui, sui 1.800 milioni di euro che prevedono di recuperare, ne verseranno 545. Vittorio Crecco, il direttore generale dell’Inps, difende il piano: «Perché la cosa vada in porto abbiamo posto tre condizioni precise: il vantaggio finanziario chiaro e certo per l'Istituto; che ci sia la relazione dell'advisor individuato nella Kpmg, e l'assenso dei ministeri vigilanti».
Ma anche la Cgil, pur favorevole ufficialmente storce il naso. «Guardiamo avanti» invita Gino Rotella, sindacalista: «D’ora in poi si deve aprire un nuovo capitolo. Ma la verità è che fino al 2005 il 60% delle aziende agricole non ha mai pagato i contributi. Questo è il dramma».
pierangelo.maurizio@alice.it