Manager? No, evangelista capo

Paolo Stefanato

Il mondo virtuale di Internet si colora di surreale. Con una notizia reale: Google, il motore di ricerca più usato nel mondo, simbolo di progresso, creatività e business, assume uno dei padri fondatori del web, Vinton G. Cerf, per tutti «Vint». Si occuperà delle strategie di sviluppo, che finora Google ha affrontato con tempestività e aggressività: saper annusare il futuro è il motore del motore. L’aspetto surreale è la carica. Cerf chiedeva di essere nominato «arciduca», ha ottenuto quella di «evangelista capo di Internet»: Marco, Matteo, Luca e Giovanni testimoniarono la vita di Cristo nei Vangeli, Vint ha contribuito lui stesso ad avvolgere il mondo nella rete, ma nominarlo «Dio» era troppo. Arciduca, titolo del defunto impero asburgico, troppo poco. Gli evangelisti sono santi. Vint, in pratica, lo è già.
«Evangelista capo» che cos’è? È il detentore, il divulgatore del Verbo di Google? Quello che dà le nuove leggi del Progresso, che determina comportamenti e stili? Evangelista «capo» significa che Google investirà altri Evangelisti ordinari? Forse è un nuovo modello di ricercatori: ci sarà un ufficio centrale degli Evangelisti? Legittimo che le idee tradizionali su ruoli e gerarchie si confondano. Sopra gli Evangelisti, chi c’è? Un Cristo-Google, uno e bino, in persona? I due fondatori, geniali e miliardari - Larry Page e Sergey Brin - assurgono al mistero della Santissima Duità? Gli utilizzatori di Google da oggi si chiamano fedeli? I tecnici, sacerdoti?
Presidenti, dirigenti, consulenti sono termini obsolescenti. Del resto, ogni struttura, ciascuna gerarchia ha i suoi vocaboli. Chiamereste «capoaereo» il comandante di un Jumbo? Eppure capotreno su un Etr va bene, caponave sulla Queen Elisabeth no. Caposala è al suo posto in ospedale, non in una redazione dove c’è il caporedattore anche se la stanza è una sola. Perché il direttore non lo si chiama primario? Eppure è primo e indiscusso. Lo si potrebbe chiamare anche rettore, spogliandolo di un «di» e trasformandolo automaticamente in «magnifico», appellativo che invece resta all’università. Caporeparto fa grande magazzino, commesso fa negozio e Montecitorio, valletto fa sala da gioco e real casa...
Google dimostra che l’assunzione (non al cielo) è un’investitura e che il titolo attribuito è fantasia pura. Lessico familiare. Evangelista, arciduca, conte, vassallo, ciambellano, maresciallo, camerlengo, cocchiere: tutto va bene, basta intendersi. Dire governatore, qualche anno fa, faceva pensare all’Alabama: oggi (oltre a Fazio) lo è anche Formigoni. Il viceministro non c’era: oggi c’è Urso. Google, che ha triplicato in un anno il suo valore in Borsa e ha il morale alle stelle, conferma che il successo ubriaca e sembra autorizzare qualunque bizzarria: lo scopo è il gioco, tutto il resto viene da sé. L’amministratore delegato di Ryanair, una delle compagnie aeree di maggior successo nel mondo, va alle conferenze stampa vestito da antico romano e si fa fotografare in bicicletta, con i piedi sul manubrio, spernacchiando l’Alitalia: se lo può permettere. L’insuccesso invece si avvita su se stesso e ha i toni spenti del silenzio: a proposito, qualcuno ha visto in giro Antonio Fazio, in questi giorni?
Paolo Stefanato