Mangiamo meglio. La prova? L’invasione dei «fast food»

La notizia è che ormai sono rimasti soltanto in tre: Albania, Montenegro e Città del Vaticano. Gli unici Paesi senza un McDonald’s, il simbolo del cibo globale per chi lo odia, ma anche per chi lo ama; in ogni caso, del cibo, o meglio di un luogo dove mangiare non è un problema, ma un’abitudine data per scontata. In effetti è fuori pure l’Islanda, ma a causa della crisi economica: lì la catena di fast food è stata costretta a chiudere, mentre a Sarajevo aprirà fra pochi mesi il suo primo ristorante. Un’altra bandierina nel Vecchio continente, a marcare una differenza di quelle che contano nella mappa del mondo: perché a guardare bene, se in un Paese c’è McDonald’s significa che il cibo è abbondante. Con orrore degli amanti del biologico e dei vegetariani, con sdegno di chi vede i fast food come il nemico dello spirito e del corpo, nonostante loro si sforzino da anni di scrollarsi di dosso l’immagine di rifugio di ogni peccato culinario, dai grassi agli zuccheri alle bibite alle calorie, tutte oscenità impronunciabili (figuriamoci se mangiabili) per i profeti del salutismo alimentare. Eppure è così: il famigerato «Mac» è quasi assente in Africa, per esempio; non pervenuto nelle zone dell’Asia centrale (Uzbekistan, Mongolia, Afghanistan, Turkmenistan...) e latitante in paesi come Laos, Myanmar, Bangladesh, ma pure la Corea del Nord e la poverissima Haiti.
Ora però, questo è un paradosso solo in parte. Dice Paolo Rossi, storico della scienza e della filosofia, che è proprio nella nostra epoca e nel nostro mondo, dove il cibo abbonda come mai in passato, che l’alimentazione è diventata un problema, un’ossessione. È solo con la pancia bella piena (o almeno con la possibilità di riempirla senza difficoltà) che la passione gastronomica si può trasformare in mania e l’attaccamento alle convinzioni, come in tanti altri campi, diventare ideologia, e spesso ottusità. Per esempio ci sono i seguaci dell’«ortoressia», che portano il salutismo alle conseguenze più assurde, a volte estreme anche per il fisico: «il pesce contiene mercurio, la mucca pazza ha reso immangiabile la carne, l’aviaria ha fatto lo stesso per il pollo, i salumi provocano i foruncoli che rovinano la pelle, il grasso delle fette di prosciutto può andare di traverso e soffocare, lo zucchero provoca il diabete, il burro fa crescere il colesterolo, l’insalata e le verdure sono pieni di pesticidi» spiega Rossi nel suo libro Mangiare, appena pubblicato da il Mulino. E che cosa resta allora? Di sicuro il disprezzo per gli altri, che mangiano quel che pare a loro, senza criterio, poveracci. E poi le lamentele, a chili, tanto che «indignarsi sembra l’unica cosa che gli intellettuali siano ancora in grado di fare», dice Rossi, sempre che non siano impegnati nell’«arte della predica apocalittica».
È facile immaginare i contenuti, ma per essere più chiaro il professore (che non è certo un paladino dei fast food) cita Philippe Ariès, accusatore del «sistema McDonald’s», che avrebbe la colpa imperdonabile di essere «legato alla vittoria della razionalità economica». Come fosse solo la catena americana a inseguire i profitti, come se il biologico e il «naturale» non fossero un business, con alle spalle affari per milioni. Ma il «Mac» «dequalifica e squalifica il personale... succube della relazione incestuosa con la società madre». E poi è il simbolo della «standardizzazione», della «mondializzazione commerciale» che ci avrebbe invaso, ormai, anche se poi in realtà non si fa che un gran parlare di prodotti locali, tradizioni, doc e docg. Ma queste sono illusioni per gente che non si indigna, è ovvio. Persone che si lasciano abbindolare dalla quantità e qualità dei tre-quattro pasti quotidiani, anziché rimpiangere come si stava bene in passato, in quel mondo presunto naturale in cui l’esistenza, secondo qualcuno, era idilliaca. Ecco il paradosso, alla fine: «Ci sono persone che si guadagnano una vita di benessere insegnando ai loro concittadini a mangiare poco» scrive Rossi; e questo può accadere perché nei paesi più benestanti sembra ci sia «una nascosta forma di nostalgia per il mondo del malessere», «l’ipotetica, invidiabile vita innocente e serena di “primitivi” che nella realtà vivono molto duramente, soffrono molto, muoiono molto giovani e vedono morire molti dei loro figli». E non è finita. A chi favoleggia dei paradisi perduti (ignorando il tasso di mortalità entro il primo anno di vita, per esempio, che in Italia nel 1865 era di 230 bambini ogni mille nati vivi e nel 2000 era di 4,3 ogni mille) Rossi ricorda che anche il mitico «cibo genuino» era portatore di malattie, le carestie erano un incubo costante e le frodi alimentari erano già molto diffuse: «al caffè veniva aggiunta la cicoria, al pepe la spazzatura, allo zucchero la polvere di marmo, alla farina il gesso, allo zafferano l’ocra carmine, al pane il solfato di calce e le ossa macinate». Che schifo l’hamburger, vero?