Il manifesto del trasformista

La vicenda politica e umana di Marco Follini, la sua uscita drammatica dall'Udc, il passaggio silente nella Terra di Mezzo e l'approdo acrobatico nell'Unione, segna il ritorno in Parlamento del «trasformismo». È uno dei frutti avvelenati del finale di stagione di Romano Prodi e riporta le lancette dell'orologio italico indietro di un secolo. La parola trasformismo infatti ha origine nel 1876, quando per la prima volta la sinistra salì al potere e il presidente del Consiglio, Agostino Depretis, fece entrare alcuni esponenti di quella che si definiva la Destra Storica nel governo. Questa pratica - che vedeva nel Presidente del Consiglio il centro del sistema e quindi il mediatore di interessi contrapposti - fu proseguita da Crispi e Giolitti, fino a quando le esigenze di modernità della politica, dettate dall'allargamento del suffragio, non portarono sul proscenio i partiti politici di massa e la fine di quella stagione.
Oggi il trasformismo ritorna nelle aule del Parlamento, in una versione aggiornata e letale per il bipolarismo. Il discorso di Marco Follini all'assemblea nazionale dell'Italia di Mezzo dell’ottobre scorso a Napoli è una critica martellante al bipolarismo e nello stesso tempo la piattaforma per la costruzione di «un grande e vero partito di centro» perché «questo tema è all'ordine del giorno del Paese almeno dalla fine della Dc». La visione neocentrista fa dire a Follini che è ora di finirla con «la venerazione del Dio bipolare» perché «le forze che contano, i colossi del bipolarismo sono vecchi e consumati anche se all'anagrafe politica contano tutti e due pochi anni». Un discorso legittimo, ma pieno di conseguenze dopo il suo passaggio nel campo dell’Unione e le aperture di D’Alema al sistema elettorale alla tedesca che piace ai centristi. Finché Follini esercitava la sua critica all’interno dell’area del centrodestra, cioè nello schieramento in cui era stato votato e eletto, eravamo in presenza di un libero pensatore che perdendo la sua battaglia interna nell’Udc e nella coalizione, sceglieva una strada autonoma ma politicamente coerente. Quando però voterà la fiducia al governo Prodi, il discorso di Follini diventerà immediatamente un manifesto del trasformismo, perché la sua adesione al programma del centrosinistra, le modalità del suo ingresso nella maggioranza e le strumentali aperture ai centristi sono un segno patologico di deterioramento delle istituzioni e tradimento del mandato elettorale. Sappiamo benissimo che per i parlamentari non esiste il vincolo del mandato e non saremo noi a sostenere che bisogna imbrigliare le libere coscienze. Il caso Follini però è grave perché il suo ingresso nel campo fino a ieri avversario avviene con modalità finora sconosciute. Il centrosinistra infatti è arrivato a teorizzare l’allargamento della maggioranza attraverso una campagna acquisti che ha trasformato il Parlamento in un «suk», un mercato dei voti che si teneva mentre contemporaneamente alcuni senatori dell’Unione venivano intimiditi per aver esercitato il loro voto liberamente, fuori dalla disciplina di partito, ma dentro la loro coscienza di uomini di sinistra. L’Unione si è mostrata come un Giano bifronte: accoglieva Follini - un parlamentare eletto nel centrodestra - come un uomo capace di aprire «una fase nuova» e nello stesso tempo riscopriva le purghe staliniane nei confronti della «dissidenza» che un tempo sbandierava come essenza stessa della democrazia. Il centrosinistra ha inventato una nuova categoria della politica: il «trasformismo asimmetrico». Mentre i suoi pezzi da novanta si agitavano nel «suk», Follini come esponente dell’Italia di Mezzo (un voto al Senato, cioè quello dello stesso Follini) veniva ricevuto al Quirinale per le consultazioni. Immaginiamo che abbia parlato con la solita franchezza al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che abbia motivato il suo cambio di campo, che abbia confermato la sua idea politica avversa al bipolarismo. Così il centrosinistra prodiano - quello che vorrebbe insegnare moralità ed etica agli italiani - ha portato avanti, incoraggiato, teorizzato e perfino istituzionalizzato un’operazione di trasformismo che non si è consumata soltanto nelle aule parlamentari, ma ha fatto il suo ingresso anche nelle stanze del Quirinale, cioè al massimo livello delle istituzioni.
Questo scenario pone due problemi: uno sul fronte istituzionale, perché servono delle regole per arginare fenomeni come il trasformismo e il ribaltonismo; l’altro sui comportamenti della politica, perché bisognerebbe evitare di andare oltre un certo limite, soprattutto impedire che il mercato dei voti possa perfino sfiorare le istituzioni di garanzia e galantuomini che con esso non c’entrano niente, come l’attuale Presidente della Repubblica.