In mano agli Usa nel bene e nel male

Cammino svelto, ma l’onesto ambulante, che so da sempre votante per il centrodestra, vorrebbe fermarmi e chiedere. In tutt’altro preso invece io accelero e lui, non so se timido o sconfortato, allora al volo mi confessa: «Non ci capisco più niente... l’America». Sorrido, gli dico: «Un’altra volta...». E il discorso resta sospeso là, perché troppo complicato da dirsi per strada, in fretta. Eppure, a pensarci non c’è, temo, lettore di questo Giornale per cui mi onoro di scrivere, che non abbia lo stesso dubbio. Perché la terribile crisi finanziaria nutrita dall’ingordigia di pochi e dalla leggerezza di troppi negli Stati Uniti, incombe, scombina i facili pensieri consueti. Quelli appunto da replica svelta all’amico di sinistra che al bar questiona, e col quale i distinguo non sono abituali né utili. Serve, per vincere, la replica svelta, quindi manichea. Oggi direi impossibile. Perché quanto sta succedendo con tale gravità in America è arrivato così oltre, da far sentire tutti più insicuri: dei propri investimenti ma pure di tante certezze. E non ce n’è una, si sia sinceri, che oggi non debba essere rivista. Ma come farlo senza perciò ridare ragione ai partigiani dell’intrusione economica statale, forza operante del male?
Anzitutto forse è il caso di rammentare quanto più ci piace dell’America. È quell’ingenuità, pericolosa certo, però fattiva senza pregiudizi, pragmatica, che mette alla prova ed educa ognuno ad autonoma scelta morale. La perfetta traduzione in istinto nazionale di una grandissima verità: non esistono nella vita eventi negativi o positivi ma condizioni per nuove azioni. Ed è il motivo per cui qualsiasi cosa si provi a fare, negli Stati Uniti si riesce a tentarla meglio, soprattutto prendendosene la responsabilità. È l’inesausta potenza vera degli americani, e della loro forza di attrazione. Oltre Oceano c’è stata sempre un’opportunità spregiudicata proprio per chiunque: regista comunista o scienziato hitlerita.
Ma quello che l’America ha fatto per anni è stato esagerare in spregiudicatezza, fino ad obliare il principio di responsabilità. Con la campagna elettorale di Clinton inizia in tutti i sensi, il sodalizio con il partito comunista in Cina: essa comprerà il debito americano: in cambio otterrà mercati aperti e un tasso di cambio sottovalutato. Il tutto per evitare all’America di mettersi a risparmiare come avrebbe dovuto. E quando poi neppure bastò più il fiume di moneta stampato dal Giappone ci ha pensato Greenspan. Gonfiando di dollari una bolla speculativa dopo l’altra: l’ultima, la più rovinosa, quella dei mutui. Cosicché adesso il mondo, tutto, si trova ricolmo di dollari e capitali fittizi, cioè di impossibile remunerazione. Perché non c’è tasso di interesse basso abbastanza per mutare cartaccia, riassicurata e ipotecata più volte, in un investimento reale remunerativo. Per la qual cosa i collaterali degli impegni di tante e troppe banche sono oggi inesistenti ed esse si ritrovano con capitale inesistente, precario. La crisi presente s’origina insomma da un difetto di responsabilità delle élites finanziarie e di una Washington che le ha lasciate fare. E ora è costretta a coprirle, stavolta coi soldi statali ed espedienti da socialismo reale dei ricchi, di dubbia efficacia. Non funzionò il New Deal, tanto che nel 1939 l’America ancora non era stabilmente tornata al Pil del ’29 e solo la guerra risolse la sua crisi. Figurarsi quindi se non è lecito dubitare di questo salvataggio delle banche, gestito al Tesoro dai banchieri che ci si sono arricchiti. C’è di certo la gran spregiudicatezza dell’America in un simile gesto, e però resta separata dal principio di responsabilità, che non meno ci piace, ed è non meno essenziale.
Quanto a responsabilità e a spregiudicatezza europee, però, non va meglio: i tedeschi a ragione non si sentono per ora di rispondere per le bolle edilizie spagnole o francesi. E se c’è una istituzione inetta ad un agire pronto e spregiudicato è la Bce: imbalsamata. Comunque sia, il bene o il male, resta affare esclusivo, sempre più rischioso, d’oltre Atlantico.
Geminello Alvi