Maradona torna re di Napoli

nostro inviato a Napoli
Che cosa mai è stata? La festa di Ciro Maradona o di Diego Armando Ferrara? Tutto, il contrario di tutto e altro ancora. C’era Napoli ieri sera, c’era la sua follia e dolcezza, c’erano il pallone e i mortaretti, mentre ronzavano i motociclisti senza casco e un ciuccio vestito d’azzurro si trascinava spaesato, c’era il popolo fuori dai bassi a osservare quel corteo milionario di calciatori alla memoria e di campioni in piena forma, c’erano la pioggia e poi il vento e quindi il sole, con il profumo del mare e i gas di scarico di cento, mille automobili intasate. Chiudete gli occhi e provate a immaginare un film pieno di cose e di figure, un cartone animato ma roba vera, fotogrammi prima in bianco e nero e poi a colori di una storia lunga vent’anni, coriandoli di football e di vita che hanno colorato e scaldato un’altra volta ancora la gente di Napoli. Diego Maradona stava come il Vesuvio in questo ombelico del mondo pallonaro, anche se la festa d’addio era quella di Ferrara che chiamandosi Ciro si porta appresso tutta la terra sua, gli scugnizzi e i baroni, i Quartieri Spagnoli e via Caracciolo, Totò e Eduardo.
Ogni tanto il football apre le sue finestre e torna a respirare l’aria frizzante e salubre, salendo in montagna dopo le paludi maleodoranti. Questa è stata una partita amichevole diversa da tutte le altre perché dentro ci stavano le malinconie di calciatori non più tali ma oggi uomini e basta, ci stava la nostalgia di miseria e nobiltà, la ricchezza di un Napoli che più non esiste e la povertà di un Napoli che sta per giocarsi le ultime due cartelle della sua pazza tombola nei playoff contro l’Avellino per risalire in serie B. Sulla giostra giravano le crape pelate di Collina e di Lombardo, di Zidane e di Vialli e poi Garella che è ormai una xxl clamorosa. E Cannavaro con il microfono per i collegamenti di Sky. E ancora le lacrime dei soldati innamorati di Diego, 80mila cuori allo stadio San Paolo che saltava, ballava, respirava, soffriva e urlava come in quei giorni lontanissimi dell’altro secolo, i giorni dello scudetto con Ciro e Diego e gli altri a fare girotondo, quasi a dimenticare le pistolettate, gli scippi, Scampia. Napoli ha saputo e voluto essere anche perfida, ha steso lenzuoli lungo le gradinate del San Paolo e sopra ci ha scritto «Qui per Diego non per il gobbo», perché Ferrara, appunto il gobbo bianconero, si rese colpevole di alto tradimento quando disse che le sue gioie migliori le aveva provate e vissute con la Juventus. E un altro messaggio da articolo 18: «Pur di venirti ad onorare mi sono fatto licenziare», «Ieri con i jeans oggi con la giacca, dopo vent’anni ancora qui per Diego», il re di Napoli è lui, per sempre. Il padrone di casa non era dunque Ciro ma l’altro. Davanti all’albergo che l’ha sequestrato tra i mille c’era anche Luca Quarto, un guaglione che vent’anni fa era malato e per il quale Maradona giocò una partita di beneficenza: 72 milioni l’incasso ai quali Diego aggiunse un’altra dozzina di denari suoi personali. Luca fu salvato, Luca è guarito.
«Sono stato via per molto tempo e voi mi siete mancati, mancati tanto», ha detto Diego col microfono nell’intervallo. «Ma questo vostro amore dimostra che non mi avete mdimenticato, che mi tenete nel vostro cuore. E di questo vi ringrazio, e vi ringrazia la mia famiglia». Quattordici anni dopo la sua grande famiglia partenopea lo ha ritrovato uguale a prima e il popolo ha rivisto «el peluso» che non ha età, compirà 45 anni il prossimo 30 ottobre ma potrebbe averne 20 o forse 80 dentro quel corpo graziato da un’esistenza bella e malvagia illuminato dagli occhi di chi ama la vita. Ciro e Diego soli in mezzo al mondo, per finire e ricominciare.
Erano le nove meno cinque quando si è aperta la teca ed è uscito Diego, lo stadio si è sciolto come nel miracolo del sangue di San Gennaro, dieci minuti è durato il rito, Maradona restituito nel suo presepe, il delirio totale che Diego ha celebrato come lui sa, mostrandosi asciutto nel corpo rispetto all’immagine gabibbesca del passato, vispo, voglioso di una nuova avventura, ha regalato un giro di campo, si è fermato ad incitare i tifosi già pazzi di loro, ha corso, si è fermato, tenendo le braccia alte al cielo, erano tracce dei suoi gol, dei suoi gesti indimenticati, avvolto dalla nube dei fumogeni, assediato dalle guardie del corpo, dai fotografi, dagli intrusi, nell’alveare napoletano. Dopo dieci minuti Diego è tornato nella sua teca ed è cominciata la partita (4-1 per il Napoli alla fine), tra i fischi per la vecchia Signora, gli applausi per il ciuccio e le lacrime per il re che era svanito. E in una dolce notte è riapparso.
Tony Damascelli