«Marcinkus? Lui fu la vittima, non il mandante del sequestro»

Il giornalista s’infilò di soppiatto nell’androne del palazzo in salita Monte del Gallo, godendo immediatamente del fresco garantito dalle mura ottocentesche, mentre tutto intorno l’afa bruciava ogni cosa. John Costa, ex corrispondente della Reuters, aveva perso da tempo la voglia di «giocare» a fare la spia, anche se i suoi primi anni a Roma erano coincisi con eventi che sembravano trame di romanzi gialli. Questa volta, però, si poteva leggere la paura stampata in volto. Aveva cercato a lungo sul suo taccuino nero il numero di monsignor Luigi Rigano, prelato romano d’altri tempi, solitamente informatissimo. L’unico che nei concitati giorni del rapimento di Emanuela Orlandi gli aveva fornito indicazioni attendibili e precise. Non lo vedeva né lo sentiva da tanto tempo. Aveva temuto che fosse passato a miglior vita.
«Vieni, vieni subito... Hai visto che cosa sta uscendo fuori? Eh... te lo dicevo io, te lo dicevo...». Non aveva neanche fatto in tempo a presentarsi, che già l’ottantenne monsignore aveva capito chi era e soprattutto il motivo della telefonata. A venticinque anni di distanza il caso Orlandi, la sorte misteriosa della ragazzina figlia di un commesso della Casa Pontificia scomparsa nel nulla un caldo pomeriggio di giugno a pochi metri dalla sede del Senato italiano, era di nuovo sulle prime pagine dei giornali. Una donna, che era stata l’amante del boss della Magliana Renatino De Pedis, aveva fatto rivelazioni sconvolgenti e aveva chiamato in causa il vescovo Paul Marcinkus nel rapimento. Episodio sconvolgente, ripensava tra sé John Costa, mentre saliva con circospezione le scale del palazzo. Erano stati coinvolti i servizi segreti di mezzo mondo, il finto pazzo Ali Agca aveva collegato il rapimento con l’attentato a Giovanni Paolo II, erano giunti da un misterioso personaggio d’Oltreoceano messaggi allusivi e indecifrabili... Il giornalista non ebbe bisogno di suonare il campanello. Monsignor Rigano l’attendeva con la porta socchiusa.
«Entra, entra, vieni vieni!», gl’intimò con quella vocina inconfondibile, percorrendo a passettini veloci il lungo corridoio in marmo veneziano. «Ecco qui staremo comodi», aggiunse, accasciandosi su una vecchia poltrona di cuoio, raggrinzita come la pelle del prelato.
«Che cosa ne pensa, monsignore, di ciò che sta accadendo?».
«Te lo dicevo, John, te lo dicevo... Forse è ricominciata la guerra...».
«Che guerra?», chiese Costa, che quasi temeva la risposta dell’anziano sacerdote vestito con la lunga talare nera dai cento bottoni.
«Non ti sembra strano che la nuova testimone dica cose vere, altre verosimili e altre ancora facilmente smentibili?», rispose il prelato. Il giornalista rimase in silenzio.
«Vedi, quando ho letto che ha confessato alla polizia di aver visto gettare il corpo della povera Emanuela insieme a quello del figlio di Nicitra, un episodio avvenuto dieci anni dopo il rapimento della Orlandi... be’, mi sono detto: qui c’è già pronta la via d’uscita, per rimettere tutto a tacere. Ma intanto il segnale è stato mandato...».
«Monsignore», lo interruppe Costa «quale segnale? Non mi dica che crede nel coinvolgimento di Marcinkus?».
«Oh, povero Paul Casimir... quante ne hanno raccontate su di lui! Truffatore, donnaiolo, ora pure organizzatore di rapimenti e ricattatore... No, guarda, io lo conoscevo bene. Era una persona con una grande umanità e disponibilità. Non dico che non fosse sensibile al denaro, a un certo lusso, gli piaceva il golf... ma da qui a farne un criminale ce ne corre».
«E il crac dell’Ambrosiano?».
«Marcinkus... in realtà era un incompetente. Altro che mago della finanza. Aveva detto bene il povero Giovanni Paolo I, quando affermò che un vescovo non dovrebbe guidare una banca. Peccato il “Papa del sorriso” non abbia avuto il tempo per provvedere...».
«Mi dica del caso Orlandi», insistette Costa. «Be’, credo si sia trattato di un ricatto. C’era un sottobosco di persone collegato con la malavita, c’erano giri di riciclaggio di denaro sporco, c’era la banda della Magliana, c’erano i finanziamenti del Banco Ambrosiano, c’erano ambienti internazionali interessati a sostenere il dissenso nei Paesi comunisti. La leggerezza di Marcinkus fece risultare lo Ior coinvolto. E dopo la morte di Calvi, qualcuno volle mandare un segnale al Vaticano, a Marcinkus, e fu rapita Emanuela. Cioè una persona innocente, figlia di un dipendente vaticano. Era una pressione pesantissima, più forte dell’attentato a Papa Wojtyla. Si mandava a dire alle autorità della Santa Sede: possiamo colpire le persone innocenti vicine a voi...».
«Secondo come la racconta lei, Marcinkus era il destinatario del ricatto, non il ricattatore...».
«Certo», sussurrò il monsignore, con il volto triste.
«Ma perché riemerge proprio ora?».
«Me lo sono chiesto anch’io. Non vorrei che qualcuno, così facendo, volesse tentare di influenzare le prossime mosse dello Ior, il cambio dei suoi vertici... oppure...».
«Oppure cosa, monsignore?»,
«...oppure non vorrei che ci fosse qualcuno intenzionato a bloccare la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II».
«Qualcuno chi?», chiese Costa.
«Papa Wojtyla nel suo lunghissimo pontificato, suo malgrado, si è fatto più di un nemico. In Italia, ma anche all’estero... Non crede?».
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