Marina Berlusconi dà lezioni di libertà a Saviano

Il premier segnala il rischio "promozione" della mafia dalla letteratura
come "Gomorra" e l’autore minaccia di lasciare la Mondadori. La
presidente replica: "Da mio padre solo una critica, diritto che
rivendico anche per me. Ad alta voce"

Se c’è una cosa insopportabile in Roberto Saviano, al di là dell’atteggiamento da martire moralista di cui nessuno sente il bisogno, è il savianismo. Cioè quel perverso meccanismo ipocritamente corretto per cui il suo libro Gomorra, qualsiasi suo scritto giornalistico, qualsiasi intervento pubblico, addirittura la sua stessa persona - tutto ciò che ha a che fare con il nome «Saviano» insomma - è diventato intoccabile. La sua verità è sacra, e Saviano quindi è tabù.

È eccessivo il fatto che uno scrittore si ponga come colui che deve accollarsi da solo il peso sovrumano della lotta alle mafie. È intollerabile che ogni critica nei suoi confronti venga fatta passare come un gesto di ostilità, ammettendo soltanto l’adulazione e gli osanna. È disonesto che il valore «civile» del suo romanzo-inchiesta crei tutto attorno al libro una zona inviolabile alla critica, per cui qualsiasi recensione anche solo tiepida trasforma chi l’ha scritta nel migliore dei casi in un invidioso, nel peggiore in un fiancheggiatore della camorra. Ed è fastidiosa infine quell’aurea di retorica e divismo che aleggia attorno allo scrittore napoletano, rendendolo di fatto inattaccabile.

E tutto questo per ragioni morali (Saviano combatte il Male, e se sei contro Saviano allora stai con il Male), per ragioni politiche (Saviano è uno dei personaggi prediletti dal popolo della Sinistra come possibile leader in funzione anti-Berlusconi), e per ragioni commerciali (Saviano, come tutti sussurrano in Mondadori pur senza dichiararlo, vale così tanto economicamente che nei salotti letterari l’ordine è: vietato parlarne male, e meno che mai ricordare le cause di plagio intentate da più di un cronista che ha visto i propri pezzi finire nelle pagine di Gomorra).
Saviano è un best-sellerista planetario, candidato persino al Nobel, un mostro sacro, un guru. Solo pochi possono permettersi di mettere in discussione la sua opera.

Lo ha fatto due giorni fa Silvio Berlusconi, criticando il «supporto promozionale» dato alla mafia da serie tv come La Piovra e da libri come Gomorra. E si è scatenato l’inferno. Roberto Saviano, che come è noto pubblica per Mondadori, casa editrice dello stesso premier, con un indignato articolo su Repubblica ha ribattuto offeso, si è scandalizzato, ha intimato a Berlusconi di chiedere scusa agli italiani e infine ha chiesto in tono «camorristico», absit iniuria verbis, di incontrare subito i vertici della casa editrice per avere chiarimenti e risposte: non so se Mondadori è ancora adatta a me, ha detto. Cos’è? Una minaccia?

A dimostrazione che per affrontare un uomo irreprensibile, come Roberto Saviano, serve una donna irremovibile, come Marina Berlusconi, ieri la presidente della Mondadori è scesa sul campo di battaglia spedendo alla stessa Repubblica una lettera, per lo meno inconsueta, nella quale risponde con freddezza e senza sconti al «suo» autore. Toccando l’Intoccabile. Proprio nel momento in cui si rincorrono i rumors sul possibile abbandono della corazzata Mondadori da parte di Saviano e tutti i grandi gruppi editoriali, a partire da Feltrinelli, sognano il colpo del decennio, Marina Berlusconi interviene dura. Sottolinea che quella di suo padre non è stata affatto una censura ma una critica, che «può anche non essere condivisa ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima» (aggiungendo subito, peraltro, che è una critica con la quale concorda) e assesta una sonora lezione di libertà intellettuale e di coerenza morale a Saviano e a tutti i suoi amici scrittori - la cui lista è lunghissima, da Fabio Fazio all’ultimo degli Starnone - che predicano a sinistra e razzolano per il gruppo Mondadori: «Silvio Berlusconi - domanda Marina a Saviano - non può permettersi di criticare un’opera edita dalla Mondadori, la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell’esempio di dialettica democratica?».

Un bell’esempio di come in nome dell’affetto filiale, in nome della difesa delle proprie idee e in nome del diritto di critica - che deve valere per tutti - si può essere disposti a sacrificare sull’aia commercial-editoriale anche la gallina dalle uova d’oro. Alla quale ogni tanto piace fare il galletto.

Saviano, al netto del talento letterario che ognuno può giudicare da sé, vale attualmente qualche decina di milioni di euro: Gomorra ha venduto sei milioni di copie, è tradotto in 43 Paesi, è da poco uscito anche nei tascabili, la cui pubblicità campeggiava anche ieri sulla prima pagina di Repubblica sotto la firma dello scrittore (splendido esempio di cortocircuito mediatico-ideologico per cui Berlusconi come editore paga la pubblicità al suo avversario De Benedetti per il libro di un autore che lo critica come politico), ha ceduto i diritti per un film che era in odore di Oscar, ha fatto da traino editoriale ad altri prodotti collaterali di Saviano come la raccolta di articoli La bellezza e l’inferno o il cofanetto con il dvd dei suoi interventi televisivi...

A suo modo l’autore che ha firmato il «Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra» è diventato, a sua volta, un impero e un sogno per molti. Eppure la famiglia Berlusconi, alla quale certo non fa difetto il senso per gli affari, ha dimostrato di essere disposta anche a perdere un business gigantesco pur di mantenere il proprio diritto di parola. A dimostrazione che prima della libertà di mercato viene quella di critica. Sia per un imprenditore che per un politico.