MARTINETTI

Fu tra i 12 docenti universitari che nel 1931 non firmarono fedeltà al fascismo. Prima e dopo ebbe guai anche con la Chiesa. La vita anomala di un intellettuale libero

Piero Martinetti nacque nel 1872 a Pont Canavese e morì a Cuorgné il 22 marzo 1943, a 71 anni, risparmiandosi la grande tragedia della guerra civile. Oggi è quasi sconosciuto, ma in un Paese normale sarebbe celebrato come un grande pensatore e un eroe, campione della libertà. Fu infatti uno dei dodici professori universitari che nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.
Fra i dodici, era uno dei pochissimi lontano dalla pensione: avrebbe potuto tenere ancora per almeno un ventennio la cattedra di Filosofia teoretica che aveva all’Università Statale di Milano dal 1906. La lettera con la quale comunicò al ministro della Pubblica Istruzione il rifiuto di giurare è un esempio di virtù morale e civile: «Ho prestato il giuramento richiesto quattro anni or sono, perché esso vincolava solo la mia condotta di funzionario: non posso prestare quello che oggi mi si chiede, perché esso vincolerebbe e lederebbe la mia coscienza. Ho sempre diretto la mia attività filosofica secondo le esigenze della mia coscienza, e non ho mai preso in considerazione, neppure per un momento, la possibilità di subordinare queste esigenze a direttive di qualsivoglia altro genere. Così ho sempre insegnato che la vera luce, la sola direzione e anche il solo conforto che un uomo può avere nella vita è la propria coscienza, e che il subordinarla a qualsiasi altra considerazione, per quanto elevata essa sia, è un sacrilegio». Concluse sottolineando che «io non intendo affatto declinare qualunque eventuale conseguenza della mia decisione», ma ribadendo che giurare di insegnare secondo le direttive fasciste avrebbe significato «andare contro i principi che hanno retto tutta la mia vita». Mussolini - che lo stimava - gli offrì la presidenza dell’Accademia d’Italia, invano. A chi gli obiettava che così avrebbe abbandonato i suoi studenti (autoassoluzione usata da molti colleghi), rispose: «La più bella lezione che possa dar loro è quella di andarmene».
Martinetti non si appella a nessuna ideologia o fede, soltanto alla sua coscienza. E in questo è la grandezza del suo gesto, ma proprio per questo l’Italia non gliene ha mai reso merito: la sua dirittura non porta onore né vantaggio a nessuna parte politica o sociale: e anzi illumina di una luce sinistra la stragrande maggioranza dei giuranti che per opportunismo politico o personale sacrificarono il loro liberalismo, il loro comunismo, la loro fede cristiana.
Già nel 1926 Martinetti aveva scontentato le autorità fasciste e religiose. Lui, riservatissimo ma capace di tenere una pistola sul tavolo durante le lezioni, nel caso qualche facinoroso fascista l’avesse disturbato, presiedeva il VI Congresso nazionale di filosofia. Gli studiosi cattolici (con in testa Padre Agostino Gemelli), rifiutarono di partecipare al convegno e tentarono di impedirlo insieme a alcuni esagitati fascisti, perché tra i relatori c’era uno scomunicato vitando, ovvero inavvicinabile, il sacerdote Ernesto Buonaiuti: anche lui - cinque anni dopo - avrebbe rifiutato il giuramento. La «solidarietà spirituale» subito offerta da Martinetti a Buonaiuti non valse certo a calmare gli animi, né tantomeno a sedare i tumulti subito scoppiati fra il pubblico di filosofi, tanto che il prefetto di Milano sciolse d’autorità e in fretta il convegno: di cui rimangono - e da sole valgono un congresso - queste parole di Martinetti: «Non potevo \ rendermi esecutore di un decreto di scomunica, io, filosofo, cittadino di un mondo nel quale non vi sono né persecuzioni né scomuniche».
Otto anni dopo incorse anche lui nelle ire della Chiesa, e non poteva essere altrimenti, quando pubblicò il volume, subito messo all’Indice, Gesù Cristo e il Cristianesimo. Martinetti vi sosteneva che la Chiesa aveva rinnegato i principi di Cristo. Le righe che scrisse, allora, al Sant’Uffizio sono un capolavoro di religiosità laica: «Quanto alla verità, io non posso naturalmente, come filosofo, ammettere che contro la ragione, che è luce divina, valga alcuna verità esteriore: e mi rimetto, tremando, a Colui che solo può giudicare della verità e dell’errore, perché Egli solo è la Verità». Mistico della ragione, era convinto che l’uomo sia destinato a trovare riposo in qualcosa al di sopra dell’umanità, senza per questo doversi piegare a qualsiasi credo religioso.
Perduta la cattedra fu intimamente grato al regime per averlo costretto a ritirarsi nella tenuta di famiglia (all’ingresso c’era scritto PIERO MARTINETTI - AGRICOLTORE), dove poté dedicarsi agli studi e agli amati animali: vegetariano, fu uno dei primi, attivi e più convinti animalisti del secolo: «È scandalosa l’indifferenza delle grandi religioni positive occidentali di fronte all’inaudita sofferenza degli animali provocata dagli uomini», scrive nel Breviario spirituale: «Gli animali hanno una forma dell’intelligenza e della ragione, sono esseri affini a noi, possiamo leggere nei loro occhi l’unità profonda che ci lega a loro». Viveva circondato di gatti, senza luce elettrica e rinunciando anche al fumo per paura che il fuoco bruciasse il suo bene più prezioso, la biblioteca dove andava accumulando testi classici e moderni, occidentali e orientali.
Non lo si immagini, per tutto ciò, staccato dalla vita, aureo nella sua torre d’avorio. Il Breviario spirituale, ora lodevolmente ripubblicato dalla UTET, è anzi quanto di più simile a un manuale di vita quotidiana che sia mai stato pubblicato da un filosofo. Nella ricerca della Forza e della Bontà che devono culminare nella Saggezza, Martinetti esamina sotto la luce di una ragione superiore ogni aspetto della vita umana, anche quelli più quotidiani: «L’abito e la casa», «I giusti limiti del guadagno», «I doveri familiari», per esempio. Da filosofo insegna come rafforzare lo spirito attraverso la temperanza, la pazienza, la perseveranza, la stabilità interiore. Analizza e valuta i rapporti del cittadino con lo Stato, dell’uomo verso l’altro uomo, dell’uomo verso la grandezza dell’inconoscibile: guidandolo nel suo elevarsi dall’impulso cieco a quel dominio razionale di sé che costituisce la vera libertà. Un libro di saggezza e sapienza cui ricorrere in ogni momento della vita.