Massoneria e bandi truccati: il Pd di Ancona affonda

nostro inviato ad Ancona

Assessori col grembiulino o sotto inchiesta, sotto processo o in conflitto d’interessi, dimissionati o in procinto di esserlo. La rossa, rossissima, Ancona si vergogna un’altra volta. Travolta dagli scandali e dalle fratellanze massoniche. Il Pd marchigiano annaspa e ridiscute di questione morale, di codici etici, di senso della legalità. I vertici locali del partito sbandano, quelli nazionali balbettano, indecisi sul da farsi. Colpa della giunta di centrosinistra appena nata sulle ceneri della precedente, spazzata via per colpa di un sindaco (Fabio Sturani) indagato per l’inchiesta sul porto e politicamente imputato per le frequentazioni con imprenditori indagati che lo ospitavano in barca, in vacanza oltreoceano. Colpa di scelte scellerate, come quella del successore, neo sindaco Pd, Fiorello Gramillano, di nominare assessore ai servizi sociali il compagno Maurizio Belligoni, dei Comunisti italiani, indagato dalla procura di Ancona per falso in atto pubblico e abuso d’ufficio per aver «ritoccato» una delibera per il conferimento di una consulenza in qualità di direttore dell’agenzia sanitaria Ars. Il consiglio comunale non ha nemmeno il tempo di insediarsi che il giovane esponente del Pdl, Stefano Benvenuti Gostoli, presenta la mozione di sfiducia più rapida della storia. Tre giorni dopo la scure giudiziaria si abbatte rovinosamente sulla giunta: la procura chiede il processo per Bellingoni per un presunto bando truccato da 270mila euro. L’interessato è costretto a togliere il disturbo.
Tolto un assessore, se ne va subito un altro. Quello alla Cultura, nella persona di Alessandra Panzini, obbligata a lasciare quando si scopre che è amministratore e titolare della Marchingegno Srl, società che dal Comune di cui lei fa parte riceve incarichi per 130mila euro (l’ultimo pochi giorni prima del voto). Di fronte all’evidenza la signora Pazzini fa presente che non vi è alcun conflitto di interessi perché al momento di essere nominata assessore ha ceduto tutte le quote. A chi? Al marito. Di male in peggio. Fioccano le interrogazioni, gli esposti in procura, le mozioni di sfiducia, le denunce alla Corte dei conti. L’assessore regge finché può, dopodiché abbandona nel momento in cui le si rinfacciano i 14 incarichi da 240mila euro ottenuti anche dalla Provincia di Ancona e gli 80mila dal Comune di Falconara. Fuori due.
Nel frattempo anche il Partito democratico cittadino resta senza guida. Il segretario comunale Giovanni Ranci, raggiunto da un avviso di garanzia per truffa, si dimette seduta stante. La vicenda che lo riguarda s’interseca con le indagini sugli «incarichi facili» al nuovo ospedale Inrca. Presto in giunta scoppia un’altra grana: l’assessore al bilancio Andrea Biekar, in evidente conflitto d’interessi, si ritrova a dover scegliere fra la poltrona politica e quella di presidente dell’ordine dei commercialisti: opta per la prima e salva la giunta. Anche se su di lui pesano ombre per presunti trascorsi frammassonici (che l’interessato nega) tornati d’attualità con l’outing del «fratello» Ezio Gabrielli, assessore alle aziende e al porto, esponente di spicco del Pd. Nel giorno della morte dello zio Mario, Gran Maestro come il nonno suo omonimo e decano dell’ordine iniziatico dorico, Gabrielli se ne esce così: «Mi onoro di appartenere alla loggia Guido Monina. Una tradizione di famiglia che ho seguito con convinzione. Non vedo perché dovrei avere timidezza a dire che sono iscritto». Non vede contrasti fra il dovere della fratellanza e gli obblighi sanciti dalla Costituzione per ogni buon amministratore. L’opposizione però sfida gli assessori col cappuccio a dichiararsi. Il coro si fa ogni giorno più insistente: «Sindaco prendi gli elenchi delle tre logge», che però la prefettura fa sapere di non avere. «Sindaco prendi gli elenchi che ci trovi qualcuno che conosci», tipo il più papabile alla poltrona di presidente dei revisori di Mobilità e Trasporti che guardacaso è il Gran Maestro della medesima loggia di Gabrielli figlio, di Gabrielli padre e di Gabrielli nonno.
Il sindaco barcolla ma non molla. Coinvolge i garanti e i probiviri del partito. Sonda la maggioranza. Incassa i malumori interni. Per far vedere che d’ora in poi si fa sul serio, col partito approva uno statuto surreale che obbliga la comunicazione anche in caso di iscrizione alla bocciofila sotto casa. Il primo cittadino prova a coinvolgere tutti, pure Bersani, anche perché a dar retta al tesoriere Piercarlo Proietti «potrebbero essercene altri» di fratelli in giunta. Il tira e molla finisce con l’assessore-massone che si dimette e con le voci di altri politici «in sonno» pronti a svegliarsi.
Se la grande casa del Pd dorico sta crollando, la colpa, più che dei liberi muratori, sembra ricadere sugli apprendisti del Pd che giusto ieri si meravigliavano delle proteste dei cittadini per lo stanziamento di 2.380 euro necessario a far mangiare lo stoccafisso, in Norvegia, al presidente del consiglio comunale.