Un match impossibile

Uno «scontro di testardaggini» tra una mamma e il suo bimbo non sta né in cielo né in terra. La nota dei giudici del processo di Cogne suona lapidaria e tragicamente grottesca. Ci può essere tra me e un mio collega, tra mio figlio e un suo coetaneo, mai tra genitori e figli, soprattutto se piccoli. Una madre deve farsi ubbidire attraverso l’autorevolezza, l’amore, la ragionevolezza. Cosa è dunque successo in casa Franzoni in quei pochi, drammatici minuti? L’atto finale, tragico, di una storia che, in ogni caso, non ha inizio in quei pochi drammatici minuti.
Non entro nel merito della vicenda processuale e non mi schiero né con il partito degli innocentisti né con quello dei colpevolisti: atteggiamento che mi riesce anche facile, perché il mio stato d’animo - in tutta sincerità - oscilla ora a favore di una tesi, ora dell’altra. Ascolto oggi le motivazioni dei giudici del processo di Cogne con cui hanno condannato la signora Franzoni e, innanzitutto, mi domando se essi non abbiano perso di vista la reale natura della relazione genitori-figli. Forse non hanno mai avuto figli. O forse sono vittime del disastro educativo di questi anni.
Non si possono mettere sullo stesso piano una madre e un figlio: il figlio può essere testardo e incaponirsi fino allo stremo, ma la madre che non ammette quel suo comportamento non manifesta alcuna testardaggine. Un genitore deve esigere da un figlio l’ubbidienza: non è testardaggine, ma la responsabile pretesa di un genitore. Questo tipo di relazione è un principio ineludibile dell’educazione: genitori e figli (soprattutto se piccoli) sono su piani radicalmente diversi e supporre che il loro conflitto si basi su un’equivalenza di relazioni (testardo il figlio, testarda la madre) significa perdere il minimo orientamento educativo. Ed è ciò che generalmente accade oggi: i figli sono «innocentizzati», sono sempre giustificabili, non hanno mai vere colpe. Non hanno colpa, semmai provano vergogna: vergogna nei confronti dei loro coetanei per non avere le scarpe belle, il vestito firmato, la bici di marca. Le colpe non sanno neppure dove stiano di casa, perché i genitori hanno paura di punire come di premiare. Questa mentalità deleteria ha contagiato la motivazione dei giudici d’appello del processo di Cogne.
Cos’è accaduto, piuttosto, nel profondo dell’anima di mamma Franzoni? Si è intestardita? O forse non riusciva ad imporsi, a farsi rispettare, a pretendere ciò che era giusto chiedere al suo bambino, perché non credeva nell’amore per lui, perché sapeva - e se ne sentiva colpevole - di non amarlo come avrebbe dovuto?
Ciò che diventa di ostacolo - sempre - nell’esercizio della propria autorità è la scarsa fiducia e stima in se stessi, causate da un oscuro senso di colpa nei confronti di colui sul quale si intende esercitare la propria autorità. Se ne sono dette tante, troppe sulla vita della signora Franzoni: forse amava di più il figlio grande, forse il piccolo Samuele non era stato così desiderato... Lasciamo tutto sullo sfondo: non sappiamo se qualcosa nell’animo della mamma le impedisse un equilibrato rapporto con il suo piccolino. O se momenti di avvolgente enfasi affettiva si alternassero a insofferenti, infastiditi distacchi. O se sia stato un senso di colpa che ha esasperato il rapporto, fino alla tragedia.
I giudici sembrano essere pieni di certezze. Noi, semplici spettatori, continuiamo a navigare nel dubbio.
Stefano Zecchi