Maturità: Plutarco e le funzioni mettono ko uno studente su due

da Milano

Ieri seconda prova scritta per l'esercito di mezzo milione di studenti alle prese con l'esame di maturità. Gli studenti del classico si sono trovati di fronte il compito di greco con la traduzione del brano «L'uomo è padrone della parte migliore di se stesso» tratto dai «Moralia» di Plutarco, mentre i ragazzi dello scientifico sono stati chiamati a risolvere uno di due problemi assegnati, basati sulle funzioni, e a rispondere a cinque di dieci quesiti proposti. Dopo l’esame gli exit poll virtuali effettuati sui siti studenteschi ha accertato una statistica allarmante: un candidato su due ha trovato «enormi difficoltà» nell’affrontare la versione di greco e la prova di matematica. Agli studenti del liceo linguistico è stato proposto di svolgere in lingua straniera un tema a scelta fra tre proposti: sul mercato del lavoro flessibile, sul fenomeno della trasposizione cinematografica dei best seller o ancora un elaborato centrato su una citazione dello scrittore francese Roland Barthes. I ragazzi del liceo artistico, per disegno geometrico, hanno dovuto affrontare una planimetria per la realizzazione di stand da adibire ad attività commerciali.
Intanto nel sito www.matura.it si promuove per oggi (giorno della terza prova scritta, con i «quiz» che cambiano da istituto a istituto) il primo sciopero dei maturandi, anche se solo di 1 minuto: «Lo sciopero servirà per sensibilizzare il ministro Fioroni ad attuare la vera e propria cancellazione dell'esame di stato e non una semplice modifica delle commissioni».
Ma, tornando alla seconda prova scritta di ieri, qual è stato il livello di difficoltà della versione di greco?
Lo abbiamo chiesto al professor Ezio Savino, grecista e scrittore: «È il Plutarco eclettico quello che fornisce la quindicina scarsa di righe sulle quali i ragazzi del Classico hanno dimostrato i livelli di conoscenza in greco, seconda prova scritta, specifica dell'indirizzo. Un passo non inaccessibile, puntellato da parole chiave della grecità, “destino”, “virtù”, “imperturbabilità del saggio” che per i liceali dovrebbero essere pane quotidiano. La fonte è un trattatello edificante, Eythymia, “Sulla serenità interiore”, un concentrato dei luoghi comuni sulla capacità dell'uomo, sull’ipsius faber, incrollabile manager di se stesso, di signoreggiare la sorte, guardandola dall'alto della sua consapevolezza. Matrice dei ragionamenti è lo stoicismo, fede intellettuale di Plutarco, che contrappone alla cieca prepotenza della tyche, cioè del destino, l'intrepida fermezza della non disprezzabile physis, baluardo interiore dell'uomo di senno contro i frangenti dell'ordinaria esistenza, capaci di sommergerlo, non di scalfirlo. Poteva mancare il principe di questi concetti, il Socrate dei paradossi e della polemica costruttiva? E infatti è lì, che frustra Anito e Meleto, firmatari della sua condanna a morte, con l'argomento che possono al massimo eliminarlo, ma non fargli del male. Tutto ciò in un testo di due sole frasi, la prima un ghirigoro di proposizioni sagacemente incastrate, da virtuoso della retorica, con una reggenza iniziale che si dipana per più righe (ed è stato questo lo scoglio più impervio del lavoro, addomesticare le subordinazioni), la seconda più lineare, coronata dalla trita metafora dell'intelletto abile pilota della vita».