Maurizio e Jakob: un copione per due serial killer

Per capire qualcosa di più su questa storia infinita dei rei colpevoli di omicidi seriali che vengono rimessi in libertà e uccidono nuovamente, possiamo confrontare due storie per certi versi assai simili, una «nostrana» e l'altra accaduta fuori dall'Italia, quella di Maurizio Minghella e quella di Jakob Unterweger, austriaco.
Questo ci servirà anche per capire che immaginare un percorso trattamentale e riabilitativo per quelle figure che vengono correntemente definite serial killer è impresa assai ardua; la ragione principale di questa difficoltà risiede nel fatto che la riabilitazione di un soggetto che rientri in questa definizione è un'operazione dai risultati quanto mai incerti.
Maurizio Minghella fu riconosciuto responsabile degli assassinii di quattro donne negli anni '70 e condannato all'ergastolo. Dopo circa quindici anni di carcere, ottenne la semilibertà e venne ammesso al lavoro presso una cooperativa di Torino. Nel corso del tempo, si vanno concentrando su di lui i sospetti per una nuova serie di omicidi di donne, avvenuti nel Torinese, tutti in località prossime al carcere dove Minghella doveva rientrare alle 22.00; si verrà a sapere che durante il lavoro egli non era sottoposto a particolari controlli e aveva la possibilità di spostarsi con una certa facilità; in virtù di questo notevole grado di libertà, ha potuto tornare ad agire quel sintomo che già tanta sofferenza aveva provocato. Nel 2005, la condanna all'ergastolo per questi nuovi reati è divenuta definitiva. Le notizie su di lui raccontano di un comportamento irreprensibile durante la carcerazione. Non ci dilunghiamo su di lui perché si tratta di un caso ben noto al pubblico, grazie alle cronache.
Ci basta notare, per il momento, che nonostante sia stato riconosciuto colpevole di aver ucciso quattro donne, dopo soli quindici anni è stato possibile che tornasse in condizioni di tale libertà di movimento da poter nuovamente colpire, con inalterata ferocia e, soprattutto, senza che nessuno si ponesse la cruciale questione se fosse realmente cambiato qualcosa in lui e in che modo compiere tale valutazione.
Diremo invece qualcosa di più su un altro caso, molto interessante da questo stesso punto di vista: il caso di Jakob Unterweger, austriaco, contemporaneo di Minghella. Nel 1975 una donna cerca di resistergli e lui viene denunciato per stupro. Nel 1976, una ragazza tenta di sottrarsi a lui, ma viene uccisa.
Venne arrestato dopo il primo omicidio, quando aveva già precedenti per violenza carnale. Fu condannato all'ergastolo.
In carcere Jakob Unterweger cominciò a studiare e a scrivere. Scrisse della sua vita, fino a quando aveva ucciso una ragazza stringendole attorno al collo il reggiseno. Scriveva bene, aveva - in questo senso - un vero talento. Fegefeuer oder die Reise ins Zuchthaus («Purgatorio o viaggio nel penitenziario»), la sua autobiografia, ebbe un enorme successo, affascinando e interessando la critica e il pubblico.
Ma le cose non si fermarono qui, purtroppo; ed è questo un esempio chiarissimo di come la confusione fra le competenze professionali non possa che generare guai o, come in questo caso, disastri. Dopo l'autobiografia, Unterweger si mise a scrivere racconti, poesie e pezzi per il teatro, continuando ad avere successo.
A questo punto, i luoghi «importanti» della cultura si mobilitano. Scrittori, poeti, uomini di cultura chiedono che lo scrittore Jack esca di prigione. Egli è cambiato, è stato recuperato e può tornare a inserirsi nella società. Si organizza una raccolta di firme per una petizione che chiede che venga scarcerato. Nel maggio del 1990 gli viene accordata la libertà condizionata.
Successivamente accade una serie di omicidi di prostitute, a Praga e in Austria, tutti con modalità analoghe, che includono lo strangolamento, per lo più per mezzo del reggiseno della vittima. Ma non vengono collegati a lui.
Un giornale lo chiama e gli chiede di redigere un reportage sulla prostituzione negli Stati Uniti. Va a Los Angeles, dove il Dipartimento di polizia collabora con lui.
Nel giugno 1991, la polizia di Los Angeles trova il corpo di una donna nei dintorni della città. È stata strangolata e ha il reggiseno stretto attorno al collo. Poi altri delitti. Le polizie americana e austriaca cominciano a collegare i fatti. Le prostitute uccise sono undici in tutto. Al processo Jakob Unterweger nega, ma viene condannato nuovamente all'ergastolo; il mattino dopo viene trovato impiccato alle sbarre della finestra.
I due personaggi sono molto diversi; evidentemente, Jakob Unterweger era dotato di cultura e - soprattutto - di uno specifico talento, tali da permettergli di essere effettivamente riconosciuto come un valente scrittore; non lo stesso si può dire di Minghella, personaggio di diverso stampo.
Ma le due vicende sono identiche per ciò che ci interessa qui e permettono di gettare un fascio di luce su una questione così chiara che ci si domanda come possa continuare a sfuggire agli «addetti ai lavori». Vediamo di dirlo nel modo più semplice e comprensibile. Esiste un registro dove i soggetti si comportano in «sintonia» con l'universo sociale che li circonda; questo ambito è caratterizzato dall'esigenza di essere riconosciuti come «buoni», sani, funzionanti, meritevoli, ecc. e quindi, necessariamente, la stragrande maggioranza dei soggetti, in questo spazio, si muoverà correttamente, sempre in relazione alle proprie capacità, ma comunque in modo tale da ottenere questo ritorno positivo da coloro che li circondano. L'elemento della simulazione può anche entrare in gioco, qui, ma fermarsi a questo può essere fuorviante; purtroppo, è anche peggio, nel senso che il soggetto stesso crede di essere così come appare agli altri: buono. Perché specchiandosi negli altri gli ritorna quella buona immagine.
Esiste però un altro registro, dove il comportamento è determinato da altri fattori, di una natura completamente diversa, che potremmo definire fattori strutturali, intendendo con ciò che sono dovuti alla specifica struttura della personalità in questione. Al di fuori della rete di relazioni che sostengono il primo registro, sono questi altri fattori che prevalgono; se un determinato soggetto - strutturalmente - è costituito in modo tale da funzionare come serial-killer, nel momento in cui si troverà fuori dall'ambiente che lo «istituisce» come buono, tornerà a funzionare secondo la propria struttura. E, dato che la caratteristica del sintomo è proprio la ripetizione, tornerà a colpire.
I due livelli sono compatibili separatamente; lo sono meno se vengono accostati, il che può forse spiegare il suicidio di Unterweger: tornare a essere visto come malato, assassino, da coloro che lo consideravano «buono».
Non c'è niente di superlativo in tutto ciò; non è una scoperta, sono cose che gli «addetti ai lavori», quelli che hanno una idonea formazione, sanno benissimo. Al contrario, nel pensiero comune, sarebbe da attendersi una «coerenza» della personalità, che non c'è. Non c'è per nessuno, non solo per i «folli» o per i «delinquenti»; la coerenza non fa parte delle caratteristiche che definiscono la personalità umana. Uno può essere un bravo scrittore-poeta-serial-killer. Un serial killer non è anche necessariamente ignorante o violento o incapace di lavorare, non c'entra niente. Ma, ed è questo il punto, di tutto ciò - che pur si sa - non c'è traccia nel nostro corpus legislativo, né per quanto riguarda la determinazione della pena, né per quanto riguarda il tipo di pena da infliggere nei diversi casi, né per quanto riguarda l'esecuzione penale. In attesa che qualcuno se ne accorga, si potrebbe almeno suggerire agli operatori carcerari di tenere conto di tutto ciò, specialmente gli psicologi; e quindi di non valutare la personalità di un detenuto sulla base del «buon comportamento in carcere», che non è uno strumento adeguato allo scopo, come già dovrebbero sapere.
* psicanalista