Maxi-tasse per le banche italiane, record nella Ue

da Milano

Il fisco pare aggirarsi come un rapace tra i bilanci delle banche italiane, costrette a versare allo Stato più delle concorrenti europee. Nel 2006 il tax rate per le prime otto realtà del credito made in Italy è stato infatti del 30,7% (30,4% l’anno scorso) contro il 24,1% medio del Vecchio Continente.
A fare i conti sono stati gli analisti di R&S-Mediobanca, dopo aver passato in rassegna i bilanci di 66 big del credito mondiale, inclusi per la prima volta dieci gruppi cinesi (nel 1998 le banche erano 109). Gli istituti stranieri «stemperano» sovente le tasse con una maggior diversificazione geografica verso l’Est e il Maghreb, ma l’Italia riesce a vincere il confronto solamente verso gli Stati Uniti: i big di Manhattan pagano di più delle nostre banche (32,2%).
Resta il fatto che se le banche europee avessero avuto le stesse aliquote delle concorrenti d’Oltreoceano avrebbero versato 66 miliardi di tasse in più tra il 1998 e il 2006. Più di quanto hanno cancellato nel 2007 i subprime dai conti del Vecchio Continente (40 miliardi, meno 20% gli utili) che negli ultimi due anni ha visto il sistema italiano recuperare terreno anche grazie a Intesa Sanpaolo e Unicredit.
A differenza di Stati Uniti (meno 39% i profitti a causa dei subprime) e Giappone, l’industria europea nel suo complesso mostra comunque ampi spazi di consolidamento (a fine 2006 le prime 5 banche in Europa rappresentavano il 30% del totale attivo del settore contro l’80% in Giappone e il 75% negli Usa). L’Europa ha, inoltre, più spinta «internazionale»: il 51% del business è infatti fuori dal Paese di origine (e 19% è extra Ue). A confermare la maggior resistenza dell’Europa rispetto ai mutui ad alto rischio sono stati anche i risultati del secondo semestre 2007 (l’utile è passato da 89 a 31 miliardi contro il calo da 68 a 6 miliardi degli Usa) ma spesso il credito Ue ha messo in portafoglio titoli più «fragili» davanti alla crisi.
L’industria bancaria cinese appare invece acerba, caratterizzata dall’attenzione al retail (molto limitato l’apporto in bilancio di commissioni e proventi di negoziazione) e da una bassa produttività: i ricavi per dipendente sono pari a un quinto di quello delle banche europee e Usa. Gli istituti piccoli sono tuttavia più virtuosi (21% il Roe medio) rispetto alle prime 4 realtà del Paese (12%). Il quadro però è in evoluzione e la parziale privatizzazione del sistema bancario del Dragone ha portato nelle casse statali 53 miliardi di euro tra il 2005 e il 2007. I crediti dubbi sono quasi sempre su livelli migliori di quelli internazionali. Eccetto Agricultural Bank of China (statale) per cui sono 8 volte i mezzi propri.