Mazzantini al «Valle Christi» tra mitologie e gialli d’autore

A Rapallo in scena «Minotauro», la bestia ferita che accetta l’illusione

Elvira Bonfanti

Prosegue il fitto calendario del Festival Valle Christi di Rapallo che oggi e domani, alle ore 21.30, presenta due produzioni appositamente create per il Festival: «Minotauro» di Friederich Durrrenmatt e «Autosole» di Carlo Lucarelli, entrambi nell’adattamento di Alberto Mazzantini, che è anche autore del progetto artistico del lavoro tratto dal celebre racconto di Durrrenmatt ed entrambi per la regia di Kiara Pipino, vera e propria anima della manifestazione. Grazie al padre, un pastore protestante del cantone di Berna, Durrrenmatt frequentò fin da bambino i miti greci e l’Antico Testamento che, infatti, ricorrono spesso nella sua opera anche se sempre mediati dal gusto per l’ironia ed il grottesco come nel caso della sua prima pièce «Così è scritto», una commedia nata dagli appunti per una dissertazione filosofica su Kierkegaard ed il tragico o, come in «Minotauro» dove il mito viene ripreso quasi alla lettera ma da una prospettiva inusuale che umanizza l’orribile figlio di Pasifae rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo per Minosse.
Durrrenmatt tratteggia un personaggio tormentato dall'essere sempre sulla soglia, quella reale del desiderio di fuggire dal labirinto che con le sue pareti di specchi continuamente gli rimanda la sua immagine e quella psicologica dell’essere sul punto di sentire gioia, amore, paura che, però, deve fare i conti con la sua impossibilità ontologica di provare emozioni. La violenza che lo spinge a scagliarsi contro i suoi infiniti riflessi lo trasforma in una bestia ferita per cui è impossibile non parteggiare: in fondo, quelle ombre mostruose sono simili a lui, non è più solo e può mettersi a danzare. Ed è proprio mentre danza che giunge Teseo per ucciderlo e salvare Arianna dalle grinfie del mostro.
«Questi fece alcuni passi di danza, la spada nel petto, si fermò, estrasse la spada con la mano destra, l’osservò stupito, si portò la mano sinistra sul petto che gorgogliava nero, gettò lontana da sé la spada che slittò sul pavimento, premette anche la mano destra sul petto, vacillò, parve volersi muovere barcollando, tornò a stare immobile. Era confuso». Mazzantini e Pipino, colgono appieno l’importanza del linguaggio del corpo implicita nel testo - dall’errore di Natura alla fisicità indefinita del protagonista - e si avvalgono delle coreografie di Paola Dossena che sono parte integrante della narrazione. Anche qui, come nelle più recenti e riuscite messinscena di questo racconto la musica e la danza sono fondamentali, si pensi a «Minotrauma« del sassofonista e compositore Claudio Lugo e a «Minotaurus1 e 2» del musicista Daniele Lombardi che sostiene la necessità d'inseguire l'unione stratificata tra occhio e orecchio oltre le semplici analogie, un compito che, forse solo la danza può tentare di assolvere grazie alla sua vocazione all’essere sulla soglia percettiva.
Il secondo appuntamento è con «Autosole», in scena venerdì e sabato, tratto da uno dei primi racconti di Carlo Lucarelli, l’affermato scrittore di gialli ed amato conduttore di programmi su delitti irrisolti. Come gli autori di feuilleton, Lucarelli, nell’agosto del ’97 dovendo sostituire Michele Serra, lo pubblicò a puntate dando vita a brevi storie di ordinaria esistenza calate in quella straordinaria gamma di emozioni e sentimenti che ciascuno di noi, in coda in autostrada, proverebbe. La riduzione teatrale di Mazzantini mantiene quasi tutti i personaggi del racconto, creando un vortice divertente di linguaggi e di voci, di parlato basso, dialettale e alto borghese. La regia della Pipino parte dall’idea forte del testo, vale a dire la serie di costrizioni che subisce chi si trova costretto alla sosta in autostrada. Intrappolati in coda muta anche la nostra percezione dello spazio e tempo che si restringono e si dilatano. Inoltre, come la morte per Totò, l’autostrada è una livella che scardina le convenzioni sociali: il traffico blocca il riccone in Mercedes con autista quanto il giovane proletario sulla Due Cavalli. L’inferno dei prigionieri è osservato ora con attenzione, ora con indifferenza da due personaggi che su un cavalcavia o dietro una recinzione - e quindi liberi di andarsene in qualunque momento - guardano e giudicano i comportamenti degli automobilisti.