Mcl a convegno: prove tecniche di grande centro

da Roma

A guardare l’affollata platea e la trasversale schiera di relatori, si potrebbe parlare di “prove tecniche di grande centro”, con la regia del Movimento cristiano lavoratori. Comune la convergenza sulla difesa della famiglia e dell’identità cristiana, unanime il “no pasaran” nei confronti del ddl sulle coppie di fatto, esplicita la disponibilità a sedersi attorno a un “tavolo dei valori” per il superamento della «politica fatta come un prodotto da supermercato» e dei «partiti come contenitori vuoti di idee e di persone». Una «costruzione di progettualità» che parta dalle esigenze del territorio, e che nella prima assemblea degli amministratori locali aderenti al Mcl, promossa anche della Fondazione europea popolare, ha trovato un importante punto di partenza.
Sul “grande centro” e le “prove tecniche” per costruirlo, il leader del Mcl Carlo Costalli non si sottrae: «A livello locale parliamone», afferma a margine della tavola rotonda che ha chiuso la due giorni romana. Nel prossimo futuro arriverà un “manifesto dei valori” rivolto agli amministratori locali, «a prescindere dalla loro militanza politica». Una mobilitazione, spiega ancora Costalli, che parte dalla difesa «dell’identità popolare italiana, fortemente ancorata alle sue radici cristiane anche sotto la scorza di una dilagante secolarizzazione». Non si tratta di «abbandonare le appartenenze e passare in un altro partito», ma di «mettere un punto fermo, intransigente, a difesa dei valori irrinunciabili e della nostra identità popolare».
A confrontarsi, davanti alla platea degli oltre 200 dirigenti del Mcl che sono anche amministratori locali, sono stati sindaci, consiglieri comunali, provinciali e regionali eletti in liste diverse, da Forza Italia alla Margherita, da An all’Udeur, dall’Udc al Mpa. Comun denominatore, il richiamo ai valori che ha portato ad esempio Stefano Palomba (Margherita), consigliere comunale di Napoli, a tuonare contro i Dico («uno strumento normativo che minerebbe le fondamenta della famiglia»), a puntare il dito contro taluni atti dell’amministrazione ulivista partenopea, fino alla sferzata al governo Prodi, che dopo la bocciatura «avrebbe dovuto andare a casa». Un “de profundis” che Costalli, dal canto suo, intona parlando di un esecutivo “ancora più debole di prima”.