La «medichessa» amica dei bimbi (però degli altri)

A 26 anni era l’unica studentessa all’ateneo di Roma. Poi l’amore, un figlio (affidato ad amici), l’addio al compagno e la «missione» di educatrice. Che la rese celebre in tutto il mondo

Si considerò un angelo venuto in terra a salvare i bambini dalla tirannia degli adulti. Però si sbarazzò in fasce del suo unico figlio, lasciandolo in mani altrui per lunghi anni. Cadde nella stessa contraddizione del suo amato J. J. Rousseau, preteso pedagogo illuminato, che senza rimorsi rinchiuse in brefotrofio i cinque figli. Ciò che la differenziò dal ginevrino, fu che ella soffrì per il suo gesto e alla fine si riscattò.
Tutti gli 82 anni di vita della grande marchigiana ebbero l’impronta dell’eccezionalità. Nipote dell’abate Antonio Stoppani, il naturalista autore del Bel Paese, ne ereditò il gusto dell’indagine sperimentale. A cinque anni si trasferì con la famiglia a Roma dal paesino dell’anconetano dove era nata l’anno di Porta Pia. Il padre era collaboratore di Quintino Sella alle Finanze. La madre, Renilde Stoppani, una cattolica liberale, aperta e colta. La bimba, figlia unica, crebbe molto consapevole di sé. Sentiva di avere una missione da compiere. Quando a dieci anni si ammalò, disse alla madre in ansia: «Non temere. Non posso morire. Ho troppo da fare». Così almeno racconta la leggenda che avviluppa tutta la sua vita. La alimentò lei stessa, con esagerazioni e sapienti silenzi, e più di lei i seguaci idolatranti di ogni parte del mondo.
Il padre l’aveva destinata all’insegnamento, un’aspirazione d’avanguardia per una donna di allora. Ma la ragazza andò oltre, decidendo di frequentare medicina. Pretesa inaudita, poiché la facoltà era preclusa alle donne. Tanto insisté che vinse ogni resistenza. Forse l’appoggio della massoneria, di cui il babbo era adepto, l’aiutò a ottenere l’iscrizione. Fu l’unica gonnella dell’intera facoltà romana. Il padre doveva accompagnarla all’università, perché le donne non potevano andarci da sole. Cominciò anche a fumare per coprire l’odore dei cadaveri nelle esercitazioni di anatomia.
Si laureò brillantemente. I giornali si buttarono sull’evento eccezionale di una «medichessa chirurga». L’Illustrazione popolare le dedicò la foto di copertina in cui la bella ventiseienne appare in posa elegante, il seno generoso, l’enorme crocchia sulla capigliatura folta. Un’immagine molto diversa da quella universalmente nota, già anziana, con un’aureola di capelli bianchi e un’aria alla Rita Levi Montalcini. Fu il primo passo verso un’incredibile popolarità.
Erano gli anni del positivismo che spingeva i medici a occuparsi di devianze mentali. Lombroso faceva scuola. La neolaureata puntò l’attenzione sui bambini ritardati. Ne sostenne l’educazione separata dai fanciulli normali, ma nel rispetto della personalità naturale che, guidata, li avrebbe sottratti alle cattive inclinazioni. Il metodo piacque al ministro dell’Istruzione che le affidò la direzione dell’Istituto ortofrenico di Roma.
Qui, avvenne l’incontro fatale. Ricercatore di punta dell’Istituto era Giuseppe Montesano, medico di Potenza di due anni più grande della neodirettrice. All’immediata affinità scientifica, subentrò l’amore e, per li rami, la nascita inattesa di un figlio. Il resto è nelle brume. Sta di fatto che i due si trovarono d’accordo sul nome del bebè, Mario, di tacerne con tutti l’esistenza e di affidarlo a una famiglia nota solo a loro. En passant, esclusero di sposarsi per non ostacolare le reciproche ambizioni di carriera. Un’eccellente premessa di rottura. Giunse puntualmente due anni dopo, anche per rivalità professionali. Consumato l’addio, la ragazza madre giacque tre giorni sul pavimento, immobile, senza mangiare, né bere, né parlare. Poi cominciò a vestirsi sempre di nero, come per un lutto eterno. Divenne sessuofobica e antimaschilista. Considerò l’uomo «padrone in senso barbaro della vita sessuale», un bruto che facendo l’amore «fa una ferita alla donna e impunito si allontana».
L’effetto maggiore però fu il cambio dei suoi interessi dai bambini ritardati a quelli normali. Qui elaborò un metodo educativo che ebbe fulminea diffusione nel mondo. Consisteva nel lasciare al fanciullo libera esplicazione delle sue facoltà. L’insegnante doveva fare un passo indietro, evitando di proporre il modello adulto all’allievo. Toccava al bimbo scoprire da sé il mondo attraverso i sensi. Gli occhi bendati, il fanciullo doveva distinguere al tatto una carta liscia da una smerigliata, con l’odorato riconoscere il profumo di vari fiori e impararne il nome, eccetera. Il tutto condito da una vaga aura di pacifismo e armonia universale.
Il successo per l’ideatrice fu senza confini. Considerata ovunque una quasi profetessa, prolungò i soggiorni all’estero. Alla fine abbandonò l’Italia, non prima però di avere preso con sé, ormai quindicenne, il figlio Mario col quale strinse un rapporto simbiotico. Visse in Usa, in Spagna, in India (onorata da Gandhi e Tagore), in Olanda dove morì. Mario creò una milizia, i «Masnadieri per il Bene», in difesa della madre e del metodo. Mussolini l’ammirò come simbolo della «genialità italiana» più noto al mondo e ne impose la pedagogia alle scuole. Poi, stufo di sentire le critiche della signora perché, a suo dire, era male applicata, la liquidò con un secco: «È una gran rompiscatole».
Chi era?