Medici in Africa, una luce nella notte su quel treno unico e solitario del Togo

di Luigi De Salvo *

Finalmente terminò quel viaggio lunghissimo. L'immobilità che avevo dovuto mantenere per tutta la giornata nell'aereo stipato mi aveva fatto apparire quel volo molto più noioso e lungo. Mi rallegrava però il pensiero che stavo per iniziare un periodo di volontariato presso l'ospedale missionario di Datcha, in Togo, a duecento chilometri dalla capitale.
Sbarcammo a Lomè, di sera. L'impatto fu brutale: uscendo dall'atmosfera climatizzata dell'aereo, il caldo umido dell'Africa ci colpì come un pugno che blocca il respiro.
Tutto l'ambiente era ostile e confuso: il buio, il vociare, i volti scuri, i colori non familiari ci aggredivano da ogni lato. Io e i miei compagni di viaggio, fummo subito fagocitati da una folla variopinta e un po' malconcia.
Fortunatamente, dopo pochi minuti, l'aspetto confortante di una suora che si faceva largo faticosamente tra la gente con passo sicuro e deciso, come una corazzata, ci risollevò il morale: Suor Tina, simpatica e formidabile madre superiora delle suore Canossiane di Lomè, in pochi minuti sbrigò le pratiche doganali e ci condusse fuori dall'aeroporto, dopo aver vivacemente protestato con un funzionario per la perdita di alcuni bagagli.
Fatta la denuncia ci scortò alla macchina: una vecchia auto impolverata con la quale ci dirigemmo al convento, situato in un sobborgo ad alcuni chilometri dal centro.
Fuori dall'aeroporto le scarse luci cessarono del tutto e la notte era un pozzo di tenebra totale, appena punteggiata da qualche fiammella.
Il buio assoluto della strada, presto trasformata in pista, la pioggia e l'acre odore dei fuochi di carbonella ci sembravano innaturali: era strano che anche l'Africa fosse dotata di un suo proprio inquinamento, diverso dal nostro ed irritante per la gola.
Attraversando la città ci rendemmo conto che esisteva un unico quartiere illuminato e blindato nel quale vivevano i politici e i benestanti: il tipo di persone che avevano viaggiato con noi in aereo.
Il resto della città giaceva nella più assoluta oscurità e povertà. La maggioranza della popolazione cuoceva il pasto serale su fuochi di carbonella alla luce fumosa e rossastra di rozze candele di sego.
Dopo aver guadato enormi pozze d'acqua che occupavano la pista, attraversammo un mercato ospitato sotto tettoie di frasche: il caos, l'odore, il buio punteggiato da una miriade di candele giallastre come i lumini di un camposanto e la folla oscura che vagava senza posa ricordavano un girone dell'inferno dantesco.
Ad un tratto il buio venne squarciato da un faro, un gigantesco occhio luminoso di una specie di ciclope meccanico che attraversava la scena con maestosa ed inquietante lentezza: solo allora ci rendemmo conto che il mercato era costruito sopra i binari della ferrovia togolese. Era l'unico treno del Togo, un merci per il trasporto dei fosfati verso il porto. Stupiti osservammo le donne che toglievano rapidamente i banchetti di fortuna per far passare il treno, per poi ricostruirli immediatamente dopo il suo passaggio. Il ciclope fendeva un mare umano che si richiudeva dopo di lui!
Distratti dalla visione surreale non ci accorgemmo della fatica e della lunga strada ed arrivammo presto al convento di Lomè.
Il temporale che era da poco finito aveva causato anche qui l'interruzione della corrente elettrica, ma qui il buio non faceva paura: l'ambiente ordinato e pulito ci faceva sentire come a casa e la luce di una candela bastava a rischiarare la camera e gli animi.
Il mattino seguente ci destammo alle sei, alle prime luci di una bella giornata, e poco dopo ci avviammo verso l'interno del paese alla volta dell'ospedale S. Joseph di Datcha, nostra meta.
La strada si snodava fra verdi colline punteggiate di baobab o di boschetti di tek, ma cosparsa di buche. È l'unica che unisce il Burkina Faso al mare ed è percorsa da un incessante via vai di autocarri, carichi all'inverosimile.
Capita spesso di vedere un autocarro fermo al margine della strada, segnalato da una lunga striscia di zolle d'erba poste sull'asfalto, che qui sostituiscono il classico triangolo come segnale di pericolo! Gli autisti di questi camion in panne non si fidano ad abbandonarli e vivono per giorni accampati sotto di essi, fino a quando arrivano gli aiuti con i pezzi di ricambio!
Attorno ad essi si forma un piccolo villaggio di supporto: la venditrice di ananas e banane, la friggitrice di igname, il venditore di acqua, tutti che parlottano fra loro ed intrattengono l'autista ed i rari passanti durante l'arco della giornata.
*Docente Chirurgia Università di Genova