Il medico: consultori carenti Investire di più sulla prevenzione

L’allarme di Buscaglia, primario a Milano: «Aborti clandestini in aumento»

da Milano
Gli ospedali San Carlo e San Paolo di Milano avevano previsto che qualcosa stava cambiando, e nel 2002 hanno giocato d’anticipo, presentando il Centro di salute e ascolto per le immigrate: una struttura per favorire l’accesso delle donne straniere ai servizi sanitari degli ospedali. Promotore, il primario di Ostetricia e ginecologia del San Carlo, Mauro Buscaglia.
Le straniere che ricorrono all’aborto sono ormai il doppio delle italiane.
«Negli ultimi anni la situazione è cambiata drammaticamente, a Milano ad esempio oltre il 60 per cento delle donne che ricorrono all’interruzione volontaria della gravidanza sono straniere, e per rispondere alle loro esigenze bisogna usare strategie mirate, nei servizi di accoglienza ci devono essere mediatori culturali. La metà delle immigrate che sceglie di abortire lo fa nel primo anno di permanenza in Italia, per la mancanza di un lavoro o perché fatica ad adattarsi, non ha una famiglia che la sostenga. Per una su tre, avviene nei primi tre mesi, ossia nel periodo di maggiore difficoltà. Nel caso delle sudamericane la motivazione è quasi sempre economico-lavorativa, per le filippine “di vecchia immigrazione” la situazione è paragonabile ormai a quella delle italiane. Per le donne che provengono dai Paesi dell’Est invece il rifiuto dei contraccettivi è una questione culturale, e il problema è abituarle a modificare questo atteggiamento».
L’aborto illegale è ancora diffuso?
«Rispetto a vent’anni fa, il fenomeno si è dimezzato, ma negli ultimi tempi i casi stanno aumentando proprio a causa degli stranieri. Ma sta tornando soprattutto nella forma del metodo chimico: con il passaparola, si è diffusa la conoscenza di farmaci contro l’ulcera che, presi in dosi eccessive, sono in grado di interrompere la gravidanza».
Di cosa hanno bisogno ospedali e consultori per rispondere ai cambiamenti?
«Bisogna investire di più, soprattutto nella mediazione culturale che costa molto e per ora viene coperta solo con i contributi ottenuti dalla legge 40 sull’immigrazione. Ma occorre un fondo specifico: gli operatori devono essere in grado di interloquire con chi chiede aiuto. Se si vuole fare una reale prevenzione, bisogna anticipare il problema, far sì che i consultori abbiano più risorse e personale. La Lombardia ha una situazione privilegiata, in altre regioni la carenza di fondi è molto pesante. Va ricordato che gli ospedali non intervengono solo con le interruzioni di gravidanza, fanno anche prevenzione: il 30 per cento delle donne che si rivolge al nostro centro d’ascolto esce dall’ospedale con la prescrizione della pillola o la spirale inserita».
Il 67% dei ginecologi lombardi ricorre all’obiezione di coscienza, la media italiana è ancora più alta.
«E purtroppo alcuni ospedali si trovano a subire un carico di lavoro eccessivo. Se ci fosse una distribuzione più uniforme sul territorio potremmo fare di più e meglio. Credo che sulla prevenzione all’aborto dovremmo lavorare tutti insieme, obiettori e no. Vorrei che anche i primari che si rifiutano di praticare l’intervento capissero fino in fondo il problema e mettessero in campo tutte le scelte possibili, fermo restando che la decisione finale spetta alla donna. Al San Paolo di Milano dall’inizio dell’anno 13-14 donne hanno deciso di concludere comunque la gravidanza e dare il bimbo in affido, una ventina di casi alla clinica Mangiagalli, 17 al San Carlo, solo due al San Raffaele, che è un ospedale religioso. Questo dimostra che le donne che si trovano ad affrontare questo problema preferiscono andare laddove non viene predicata la lotta all’aborto, ma possono avere a disposizione un ventaglio completo delle alternative. In qualche caso, significa far nascere comunque il bambino per darlo in affidamento».