MEDITERRANEO Le disamate sponde

Uno dei problemi che si pongono alla contemporaneità e al futuro prossimo è l’integrazione fra i popoli del Mediterraneo, se sia possibile e come. Secondo una bella definizione di Fernand Braudel «il Mediterraneo è mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre». (Il Mediterraneo, Bompiani, 1987).
È vero, nei millenni il Mediterraneo è stato luogo di incontri, ma anche di scontri fra civiltà. Occorre dunque intendersi sul concetto di civiltà, o meglio sulla sua percezione attuale, nell’incontro-scontro fra Oriente e Occidente. Mi sembra valida la definizione di Samuel Huntington per cui «le civiltà rappresentano il più ampio “noi” di cui ci sentiamo culturalmente parte integrante in contrapposizione a tutti gli altri “loro”» (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997). Ma per un approccio corretto al tema è necessario un rapido excursus storico.
Il concetto di un Oriente «altro» da un Occidente mediterraneo nacque nella Grecia antica, quando le città greche confrontarono le loro libere istituzioni politiche con quelle monocratiche del vicino Impero Persiano. Le guerre combattute dai greci contro i persiani venivano considerate lotte di civiltà contro la barbarie, e benché i greci definissero «barbari» tutti gli stranieri, consideravano tali soprattutto i popoli d’Oriente, con un giudizio che è rimasto a lungo nel pensiero e nell’inconscio occidentale. I persiani, a loro volta, consideravano nemico tutto ciò che veniva dall’Europa. Questa visione del mondo non cambiò, anzi si fece più drastica, quando Alessandro Magno sconfisse i persiani (331 a.C.) e i romani distrussero Cartagine (146 a.C.) rendendo completamente occidentali il Mediterraneo e le sue terre. Anche i romani, benché capaci di assorbire le diverse culture conquistate, chiamavano barbari tutti coloro che stavano fuori dai confini dell’impero, e trasmisero agli imperi dell’Europa medievale lo stesso giudizio sui popoli d’Oriente, a eccezione dell’Impero di Bisanzio, di origine romana.
La civiltà arabo-islamica che, a partire dalla fine del VII secolo, si sviluppò sulle coste meridionali e orientali del Mediterraneo era molto più raffinata di quella europea, ma continuò a venire considerata «barbara» perché ostile al mondo cristiano, che tentava di conquistare, ritenendolo a sua volta inferiore. Nacquero così le crociate, che accentuarono un odio reciproco: un odio che crebbe quando l’Impero Romano d’Oriente venne conquistato da una popolazione turca convertita all’Islam. Il conflitto fra i due mondi non era soltanto territoriale e religioso ma anche - come al tempo dei greci - politico e culturale. Infatti nell’Occidente, con Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, era nato un teologismo razionale che consentiva al cristianesimo di convivere con la cultura laica, mentre nel mondo islamico il razionalismo averroista venne sconfitto e continuò a prevalere la componente religiosa.
Con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, la divisione fra Oriente musulmano e Occidente cristiano divenne definitiva e si perpetuò nello scontro secolare fra l’Impero Ottomano e l’Impero asburgico: tanto che anche dopo la caduta dell’Impero Ottomano, in seguito alla Prima guerra mondiale, è rimasta fino ai nostri giorni. Inoltre il colonialismo francese, inglese e italiano nel bacino mediterraneo, e la decolonizzazione a volte sanguinosa, sempre difficoltosa, hanno aumentato incomprensioni e diffidenze reciproche.
Intanto la centralità del Mediterraneo era venuta meno con le grandi scoperte geografiche e lo spostamento del baricentro europeo nei Paesi del Nord-Ovest. L’Occidente oggi viene identificato soprattutto con gli Stati Uniti, che considerano l’area mediterranea come l’anello debole della propria sfera di influenza. E l’Europa dà l’impressione di volersi liberare del proprio passato per inseguire il modello americano sia nella propria vita interna, sia nella competizione mondiale. Questo spostamento del baricentro occidentale verso l’America del Nord è aumentato con il crollo del comunismo nel 1989, con il perpetuarsi del conflitto arabo-israeliano e, soprattutto, con l’11 settembre 2001: il trionfo del pensiero neoliberale, della «esportazione» - anche forzata - della democrazia e della globalizzazione rappresentano il nuovo modello occidentale, che provoca un rigetto comprensibile nelle aree economicamente meno sviluppate e culturalmente «altre» del Mediterraneo. Le differenze religiose diventano tanto più sensibili quando, in numerosi Paesi islamici mediterranei, condizionano anche la società politica e civile e portano il fondamentalismo islamico a condurre una guerra santa terroristica contro l’occidente cristiano. Vi si aggiunga il problema delle ondate migratorie illegali dal sud al nord.
Tutto ciò rende quanto mai difficile la realizzazione dell’intero Mediterraneo come area di libero scambio, prevista per il 2010 dalla Dichiarazione europea di Barcellona del 1995. Anche di recente Romano Prodi ha sostenuto che per realizzare l’area di libero scambio occorrono: 1) «La nascita di una vera banca mediterranea, cioè uno strumento finanziario che sia una struttura paritaria fra i Paesi mediterranei». 2) L’avvio di università tecnologiche sulla sponda nord e sud con forte scambio di studenti e professori. 3) Una vera politica europea delle migrazioni.
Prodi ha anche aggiunto ottimisticamente che «per fare l’Unione Europea ci sono voluti decenni, ne serviranno altrettanti per fare una vera integrazione mediterranea». È un ottimismo discutibile perché se sarà possibile - anche se costosissimo - realizzare gli strumenti economici e universitari, sarà molto più difficile realizzare una politica europea comune per l’immigrazione, visti gli interessi e le necessità diversi per ogni Paese dell’Ue, e vista soprattutto l’inarrestabilità della spinta migratoria verso nord.
E se quella spinta migratoria non verrà regolata rigidamente sarà tanto più difficile procedere a una vera e soddisfacente integrazione. Infatti, paragonare l’Unione europea all’integrazione mediterranea significa ignorare che le differenze storiche, economiche, culturali, religiose fra Paesi europei sono molto inferiori a quelle che dividono l’Europa dai Paesi del Mediterraneo orientale e meridionale. Ed è azzardato addirittura pensare di iniziare l’impresa senza che prima vengano risolti la questione palestinese, il conflitto fra mondo islamico e Israele e il problema del terrorismo integralista. In proposito, K. Fouad Allam ha sostenuto che «la cultura è quello che permette di produrre la massa critica necessaria a qualsiasi discorso religioso: una religione senza cultura soffre sempre del pericolo di diventare ideologia. È quanto è successo nell’Islam, dove si è spezzato il rapporto tra religione e cultura e, al posto della cultura, è sorta l’ideologia politica. Ed è venuto quello che io non esito a chiamare totalitarismo, come il nazismo e come il fascismo». (L’Islam globale, Rizzoli, 2002).
Per quanto riguarda l’integrazione in Europa, i musulmani che vivono nel continente devono fare propria una nuova interpretazione dell’Islam che contempli la separazione tra politica e religione e la conseguente accettazione della laicità. Inoltre, i musulmani dovrebbero accettare l’idea di accesso alla scena pubblica in quanto cittadini e non in quanto musulmani: per la loro identità democratica, non per la loro identità religiosa e come fruitori di diritti individuali, non di diritti collettivi. Per una vera integrazione nel Mediterraneo l’aspetto più difficile e impegnativo è la costruzione - sulla sponda meridionale e orientale - di Stati laici e democratici, non a base religiosa, o soltanto parzialmente democratica.
Perché se gli Stati possono correre, i popoli no: la strada dell’integrazione sarà lunga e difficile e sarebbe un errore cercare di forzarla.
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