Mentre la Turco pensa ai trans la burocrazia uccide i pazienti

Vorrei distogliere per un attimo Livia Turco dalle attenzioni che, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, sta riservando come ministro della Sanità a un problema sollevato da Luxuria, parlamentare di Rifondazione Comunista: mettere a carico del Servizio sanitario nazionale non solo il cambio dei genitali, come già avviene ora, ma tutte le altre operazioni e cure delle quali hanno bisogno i trans. «Il resto è costoso», lamentava qualche giorno fa Luxuria parlando di alcuni trattamenti ai quali si era appena sottoposta e sottolineando quanto siano onerosi, in particolare, «l’elettrocoaugulazione della barba, le operazioni estetiche e i dosaggi ormonali».
Ebbene, mi è capitato di assistere in un ospedale romano alle proteste di alcune donne costrette da disposizioni di fresca emanazione ad una pratica che dovrebbe essere nota agli uffici del ministro della Sanità.
Quante hanno dovuto rinunciare al seno non per cambiare sesso ma più drammaticamente per liberarsi di un tumore e cercare di sfuggire alla morte, hanno bisogno anche di lunghe cure ormonali alla cui prescrizione potevano sino a qualche settimana fa provvedere i medici di base. Costoro, sempre più spesso trattati più come passacarte che come professionisti, da qualche settimana non possono più emettere ricette per questo tipo di farmaci senza essere provvisti di un «piano terapeutico». Che la paziente può chiedere solo ad una struttura pubblica ospedaliera, dove deve affrontare la solita trafila per appuntamenti, visite e quant’altro. Una copia del modulo finalmente ottenuto va portata al medico di base, un’altra all’azienda sanitaria locale, dove la paziente è naturalmente obbligata ad altre trafile burocratiche al termine delle quali, ma solo al termine, viene magari informata che avrebbe potuto provvedervi con un fax, sempre naturalmente che ne disponga.
Le pazienti che ho sentito protestare in quell’ospedale romano avevano appena scoperto - modulo regionale in mano - di dover ripetere la loro non comoda trafila almeno una volta l’anno perché il piano terapeutico non può durare più di dodici mesi. «Per un eventuale proseguimento della terapia redigere una nuova scheda», avverte il foglio che un povero sanitario mostrava alle donne in rivolta, cercando di difendersi dall’accusa di «sadismo» che si era appena sentito rivolgere per avere autorizzato la prescrizione del farmaco appunto per un anno, e non di più.
Va bene che dal nome del nuovo partito dove sta per traslocare dai Ds è stato prudentemente tolto il termine «sinistra», ma la Turco dovrebbe chiedersi da sola se un governo serio può concepire o permettere angherie di questo tipo a persone che hanno già tanto da soffrire per le loro gravi patologie.