Le menzogne dell’«Unità» sul rogo che uccise i Mattei

Il quotidiano comunista definì la strage «un’oscura provocazione» e assolse gli stragisti

Claudia Passa

da Roma

La strage di Primavalle? Un’«oscura provocazione». Achille Lollo? Un «giovanotto» perseguitato sulla base di «labili indizi». La deposizione del teste-chiave che incastra gli assassini di PotOp? «Un racconto che ha toni da fumettone». Ecco come L’Unità raccontava, nelle settimane successive alla strage, il rogo in cui morirono bruciati vivi Virgilio e Stefano Mattei, figli del locale segretario del Msi. Le pagine ingiallite del quotidiano di Botteghe Oscure che nelle settimane successive al duplice omicidio accreditavano senza indugi la ridicola pista del «regolamento di conti tra neofascisti», escono dal fascicolo dell’avvocato della famiglia Mattei, Francesco Caroleo Grimaldi, in contemporanea alla sortita di Fini su Lollo.
La raccolta è corposa e illuminante. I contenuti da brivido, se non volutamente equivoci. Articoli subdoli nei confronti del papà scampato per miracolo alla strage: «È stato confermato che Mario Mattei è tra gli indiziati di reato per il fallito golpe di Valerio Borghese, l’ex comandante della famigerata X Mas». Impietosi nei confronti del figlio maggiore divorato dalle fiamme col fratellino accanto: «Secondo alcune voci Mario Mattei e suo figlio Virgilio sia a casa che in sezione maneggiavano polverine e bottigliette», che è un po’ la versione del «si sono dati fuoco da soli» ribadita da Lollo ventidue anni dopo.
Anche nella titolazione il foglio comunista si contraddistingue per una sorta di «depistaggio visivo» che minimizza le indagini sul rogo inserendole in contesti ben diversi di violenza politica. Sfogliando la rassegna stampa ci si accorge che da subito l’organo del Pci sposa la tesi del gran complotto, del disegno oscuro con tanto di «torbidi intrighi». E così quando gli inquirenti trovano, sulle scale tinte di fuliggine di casa Mattei, un cartello con la scritta «giustizia proletaria», l’Unità offre ai suoi lettori una certezza («Si tratta di un cartello che chiunque avrebbe potuto redigere e sistemare davanti all’appartamento»), ai magistrati un consiglio («Occorre non condurre indagini a senso unico...») e agli sbirri una pista («A Primavalle si parla di una violenta lite che sarebbe avvenuta 24 ore prima della tragedia nella sezione fascista, e proprio tra il Mattei e un iscritto che se ne sarebbe andato lanciando minacce»).
Allorché nell’inchiesta del pm Domenico Sica fa il suo ingresso Achille Lollo le capriole de l’Unità si moltiplicano: «Si sa che (gli arrestati, ndr) dovrebbero appartenere a Potere Operaio e che forse si sono resi irreperibili, sembra che non dovrebbero esserci grosse prove nei loro confronti per l’orrendo crimine. I mandati di cattura sarebbero più che altro espedienti per poterli cercare con grande spiegamento di forze e portarli davanti al magistrato». Di giorno in giorno il quotidiano del Bottegone «assolve» gli stragisti di PotOp insinuando il seme del dubbio verso esponenti missini fino a pubblicare nome, cognome, indirizzo, curriculum e stato di famiglia di un suo rappresentante. Poi cavalca una campagna violentissima contro Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, reo d’aver bussato alla porta di «un giovanotto che stava dormendo» per portarlo in cella: quel dormiglione era Achille Lollo, e su di lui, ribadiva l’Unità, «non ci sono prove di nessun genere».
Con l’arresto di Lollo ha inizio la difesa d’ufficio a mezzo stampa: «L’impalcatura costruita dagli uomini dell’ufficio politico sta crollando»; l’accusa di strage per Lollo «è un fatto puramente tecnico»; la pista «tanto cara al dottor Provenza e ai suoi uomini si regge, almeno per ora, su labili indizi». Non significa nulla che Lollo avesse in camera una piantina di casa Mattei. Ben altre sono le prove per l’Unità, basta seguire la «pista nera». I giorni passano, l’istruttoria si chiude, il teorema del «torbido intrigo» fascista è distrutto dai fatti ma il quotidiano fondato da Gramsci non se ne accorge. In un corsivo ci si sofferma ostinatamente sul «sottobosco di corruzione e intrighi che ruota attorno alla locale sezione del Msi». Se le perizie accertano che il fuoco si è sviluppato nella cameretta dei due fratelli, l’articolista si domanda: «Perché il liquido infiammabile si è raccolto tutto in quella stanza? (...) Come è possibile che nessuno della famiglia si sia accorto della benzina che faceva un vero pantano nella casa?».
Uno, due, decine di articoli. Tutti uguali. Per settimane. Fino a quando, in redazione, gli sviluppi giudiziari impongono riflessioni, dibattiti, e una lentissima, retromarcia: il giorno in cui i magistrati spiccano i mandati di cattura per strage nei confronti di Lollo, Clavo e Grillo, l’Unità si arrende all’evidenza con un anonimo corsivo. O meglio, fa finta di ammainare la bandiera rossa per la bianca: «Avendo seguito col massimo di obiettività gli sviluppi della vicenda, dobbiamo ripetere che sono tuttora aperti, a nostro giudizio, numerosissimi e gravissimi interrogativi. Le indagini negli ambienti missini, nel corso delle quali è emerso un cupo sottofondo di laceranti contrasti e odi, non possono in alcun modo essere considerate concluse...».