Il mercato dà i numeri, ma il governo non lo fa

Nella manovra la cifra "ballerina" è di appena 4 miliardi su 45: non è un importo che giustifica il crollo dei titoli italiani

L’aumento dello spread dei nostri titoli pubblici a un livello di 370 punti non si può spiegare con puri fattori di insicurezza, riguardanti i «continui cambiamenti» che avrebbero caratterizzato la manovra di finanza pubblica da Ferragosto in poi. Nei media e da parte di questi manager o ex manager desiderosi di far politica si sono enfatizzati tali presunti continui cambiamenti dando l'impressione che essa sia ballerina e facendo balenare l'idea che alle discussioni nelle «aule sorde e grigie» del Parlamento si debbano sostituire tecnici che ricevono il loro appoggio dalle masse popolari guidate da Cgil che, non a caso, oggi sciopera. E da gruppi finanziari «responsabili».

La cifra della manovra di Ferragosto è di 45 miliardi. La discussione, da allora al 4 settembre, poco più di due settimane, ha riguardato un importo di circa 4 miliardi su 45. E in testo del decreto, che comporta il pareggio del bilancio nel 2013, è stato già approvato in commissione al Senato e licenziato per l'aula. Il lavoro della commissione, nell'esame di numerosi emendamenti a una manovra di questa entità ed ambizione, si è concluso a tempo di record domenica sera. Gran parte della manovra è rimasta invariata. Si sono modificati importi per circa 4 miliardi, con invarianza di gettito.

Non risulta che ciò indichi che la manovra ha avuto continui mutamenti. E ciò non solo perché la cifra è marginale, ma anche perché il mutamento di sostanza finanziaria è solo uno e riguarda la sostituzione della sovraimposta sui redditi superiori ai 90 mila euro lordi con una serie di misure anti evasione e con alcuni recuperi minori di esoneri fiscal. Come quello riguardante le riserve indivisibili delle cooperative, che favoriva indebitamente il passaggio degli utili a riserva, avvantaggiando i manager e il loro potere a danno dello spirito della cooperazione.

Si può opinare sulla validità delle misure anti evasione di Giulio Tremonti dal punto di vista del gettito, ma anche se esse renderanno la metà di quanto il Ministro afferma, la manovra rimane nella sostanza colossale: 43 invece che 45 miliardi. Chi è disposto ad affermare che lo spread sui titoli italiani rispetto a quelli tedeschi è passato da 290 a 370 punti per questa diversa cifra? Chi è disposto a sostenere che una maggioranza politica di senatori, espressione di elettori di centro destra, non abbia diritto di modificare per 4 miliardi una manovra di 45, perché contiene un tributo sui cosiddetti «sovraredditi» che la maggioranza ritiene contrario ai suoi principi e chiede al Ministro dell'economia di sostituirla che altre norme, che non gravino sui soliti ceti medi che pagano le imposte sul reddito fisso di lavoro o pensione?

Per il resto il Senato ha tolto solo alcune norme che non davano gettito. Come quella sulla indicazione dei conti correnti nella dichiarazione dei redditi, che è già appesantita da tante incombenze. La maggioranza rifiuta il fiscalismo. E ciò dovrebbe essere gradito, non sgradito a chi parla a Cernobbio (un po’ troppo a ruota libera). L'impianto della manovra è rimasto invariato. Ed è stata approvata - con l'articolo 8 - una liberalizzazione del mercato del lavoro e il diritto delle parti sociali aziendali di dare all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori una interpretazione conforme al comune interesse dell'impresa e della maggioranza dei lavoratori a non proteggere le pecore nere.

Ora il governo deve fare presto ad approvare il testo al Senato, mentre i mercati finanziari sono pervasi da un irrazionale pessimismo, dopo anni di irrazionale ottimismo. In tale quadro è necessario che il governo pubblichi al più presto le tabelle della manovra indicando i suoi effetti sulle entrate e sulle spese e sui saldi fra di esse nei vari anni e le misure pro crescita. Si lascino parlare i numeri e si faccia capire che c'è un governo politico, basato sugli elettori, che ha in mano il timone.