La Merkel dice sì a Gauck pastore e socialista

Altro che diplomazia del ping-pong, qui siamo vicini al fallo tecnico. Stati Uniti e Cina si scontrano, stavolta su un campo da basket, attraverso Taiwan, l'isola-stato che la Cina stessa continua a riconoscere come sua provincia, e non nazione indipendente. Motivo, o meglio pretesto, del contendere, che in realtà coinvolge più Cina e Taiwan che gli Usa, è l'emergere di Jeremy Lin, 23 anni, point guard cioè cervello in regia dei New York Knicks della Nba. Conosciuto solo a pochi appassionati fino agli ultimi giorni di gennaio, ora superstar globale, nome che un appassionato di sport americani non può più permettersi di non conoscere. Lin è cittadino americano di famiglia taiwanese, nato a Los Angeles nell'agosto del 1986 e cresciuto nella Bay Area, che vuol dire la zona che fa capo a San Francisco e Oakland. Bravissimo nel basket e negli studi al liceo di Palo Alto, aspirava a una borsa di studio per meriti sportivi di uno dei grandi college californiani ma nessuno di essi lo ritenne sufficientemente abile da meritarla, e allora, costretto a pagarsi la retta, scelse di andare dalla parte opposta degli Usa e iscriversi a una grande università come Harvard, che gli offriva la possibilità di giocare. Lo fece bene ma dovette accontentarsi di un contratto senza garanzie, con la trafila della lega estiva di perfezionamento, poi la prima stagione Nba con i Golden State Warriors (Oakland, vicino a casa) e uno sprazzo di notorietà prima che una serie di circostanze sfavorevoli lo portassero a essere lasciato libero ai primi di dicembre del 2011: lo presero gli Houston Rockets che però lo mandarono a casa alla vigilia di Natale, consentendo così ai Knicks di offrirgli un contratto per tappare un buco di organico. Senza troppa convinzione però, tanto che poche ore dopo una pessima partita a Boston, il 3 febbraio, avevano addirittura pensato di cacciarlo. Mentre i dirigenti temporeggiavano, il 4 febbraio Lin giocava una super partita contro i New Jersey Nets, guadagnandosi il posto nel quintetto iniziale in quella successiva. Da quel momento non si è più fermato, mettendo assieme nelle sue prime sette partite da titolare un numero di punti e di assist nettamente superiore a quello di personaggi che hanno fatto la storia del basket, anche se va osservato come sia stata quasi da record anche la quantità di palle perse e consegnate agli avversari. Cognome atto a quei giochi di parole che la flessibilità della lingua inglese facilita, Lin è diventato uno degli atleti più noti del pianeta grazie anche alla popolarità della Nba e alle indubbie circostanze fa favola in cui nel giro di pochi giorni è assurto alla gloria. La cosiddetta Lin-sanity, una sorta di furore generato dalle sue imprese, è sfociata in una serie di fenomeni non sempre positivi: come se non fosse stato sufficientemente difficile per lui superare pregiudizi e stereotipi legati alla presunta scarsa attitudine degli atleti di origine asiatica al basket, adesso Lin è diventato involontario protagonista di un confronto politico e diplomatico strisciante. Il padre Gie-Ming era emigrato da Taiwan negli Stati Uniti verso la fine degli anni Settanta, portando con sé una passione per il basket che non gli era stato facile coltivare in patria, e sulle origini di Lin è nato ora lo scontro. Come noto, la Cina non considera Taiwan una nazione ma una sua provincia, e l'orgoglio per l'emergere di un taiwanese nella Nba ha da un lato fatto aumentare l'audience delle partite in Cina, mercato che la Lega considera cruciale, ma dall'altro ha fatto riavvampare decennali contrasti. Acuiti dal fatto che Lin è cristiano convinto - indossa adesso speciali braccialetti con una dichiarazione di fede - e non manca di menzionare l'Altissimo nelle sue interviste: in almeno un caso, secondo quanto riportato dal Financial Times, nei sottotitoli in mandarino di una frase di Lin in inglese è stato omesso il riferimento religioso contenuto nell'originale, e nella diatrina è stato trascinato anche Yao Ming, formidabile atleta cinese ritiratosi lo scorso anno dopo una breve ma interessante carriera nella Nba. Yao aveva rilasciato dichiarazioni di ammirazione per Lin e la sua storia, ma nel suo ruolo di proprietario di una delle squadre della lega cinese e soprattutto di consulente governativo a Shanghai è stato subito etichettato dai media di casa come un «vero» cinese nella contrapposizione a Lin. Che in tutto questo non c'entra nulla: vero che le radici della sua famiglia erano in Cina, ma il ragazzo è cresciuto in America, ha parlata, mentalità e gusti americani e forse solo in casa, da ragazzino, ha sentito parlare di quella lontana terra costantemente sballottata da trattati e accordi diplomatici. Lin allora continua a giocare, bene ma con qualche ombra di avventatezza come ieri sera contro Dallas, e intanto sopra alla sua testa si è riaccesa la diatriba tra due nazioni con riporto di una, gli Usa. Siamo alle solite.