Mestiere fatto di saperi che vanno scomparendo

Radar per orientarsi e strumenti d’avanguardia Ma i giovani non sanno intrecciare le «nasse»

Trovare il punto dove sono state calate le reti o le nasse non è facile in mare aperto, non ci sono punti d'orientamento, «Non si è per la strada dove, seguendo la numerazione si arriva a destinazione - racconta scherzando Giuseppe Viacava - non ci sono nemmeno i vigili per chiedere!». Come si fa allora? chiediamo. «Si prendono le Armie» mi spiego meglio: l'Armìa è un'antichissima voce dialettale ligure, ancor oggi d'uso comune tra noi pescatori, è un metodo di orientamento; si fanno convergere in un punto vari riferimenti a terra, presi al momento della calata della rete. Faccio un esempio: si divide lo spazio che ci circonda, fatto di 360 gradi, in tre settori a 120 gradi tra loro, si hanno così tre punti equidistanti facili da riformare al momento della ricerca. Ad ognuno di questi punti, si associa un particolare della località che si vede dalla barca, a 0 gradi il campanile della chiesa di San Rocco di Camogli, poi a 120 gradi il vertice estremo di Punta Chiappa, e 240 gradi il centro del pallone della Piscina di Recco; quando, girando il capo si vedono questi tre riferimenti il pescatore li memorizza e tutte le volte che ritorna «a salpare» cioè a tirar su la nassa, riproducendo la stessa combinazione dei tre punti, trova dove ha calato la rete. Guardando l'acqua sottostante con «lo specchio», un arnese simile ad una grossa maschera subacquea, si vede la nassa che si recupera con un rampino. Oggi per orientarsi ci sono dei sistemi come il Gps usato anche per il volo strumentale e l'ecoscandaglio, un tipo di Radar che scopre i branchi di pesci. Questi metodi fanno un po' dimenticare il lato romantico del mestiere del pescatore, ma con gli strumenti si va a colpo sicuro - conclude Viacava - si pesca in quantità e si fanno quadrare i conti delle spese di carburante e di manutenzione dell'imbarcazione».
La sciabica invece è una rete a strascico, formata da un sacco e da due braccia, sul tipo della Baransella, da calare nelle piccole profondità, poco lontano da terra. Il capo libero d'ogni braccio è affidato ad una sbarra di legno ai cui estremi è legata la fune. Lungo la corda di tratto in tratto vi è un barile vuoto che serve come segnale. Le ali si suddividono in parti differenti per la grandezza delle maglie della rete. Il margine superiore delle pareti e del sacco sono muniti di galleggianti fatti, una volta di sughero, oggi di plastica; quello inferiore di piombi che tengono tesa la rete verso il fondale. La sciabica può essere tirata da terra, fissandone un'estremità a un punto della costa, distendendola circolarmente con una barca e portando a terra l'altra estremità, con la quale viene eseguito il recupero.
Comune nella zona del Levante Ligure, la pesca con il palamito (dal greco poliànkistron = lenza a molti ami) consiste in un lungo filo di nylon, chiamato madre, al quale sono legate numerose lenze corte, «brocchi», aventi all'estremità un amo, poste a distanza costante e tale che due ami adiacenti non s'intrecciano tra loro. Il numero degli ami va da 100 a 500, ma dipende anche se la pesca è fatta da dilettanti o da professionisti. Il palamito tenuto avvoltolato in un'ampia cesta al cui bordo di sughero vengono infissi, con ordine preciso, gli ami che sono muniti di esca.
Il tramaglio è costruito con tre tipi di maglia, la parte mediana è formata da intrecci piccoli e con fili sottili, circa 12 millimetri e di due reti esterne e laterali di maglia più rada 7-8 cm, che servono per convogliare i pesci più grossi. Il tramaglio ha una grande estensione in lunghezza, da 20 a 100 metri. Il pesce, investendo le maglie laterali s'indirizza verso la rete di mezzo dove resta impigliato. Questo tipo di pesca si stende tra gli scogli in punti prestabiliti per tradizione, perché lì abitualmente c'è passaggio di pesci.
Le «gabbie» in filo di ferro dalle forme, ovali, cilindriche con strane strozzature, che si vedono appese sui moli e lungo le banchine, sono le «nasse», la parte più importante di un antico metodo di pesca. Dentro questa gabbia si mette un'esca di piccoli muscoli schiacciati, polpi e seppie a pezzetti, poi si cala in un posto, dove di solito c'è il passaggio del pesce. Le gabbie sono tenute sul fondo da una «mazzara», in altre parole un peso dai 15 ai 20 chili, legato ad una corda lunga 60 braccia con appesi pezzi di sughero lungo il cavo, utile per il recupero. Il pesce vede il boccone dentro le gabbie e s'intrufola nell'interno per mangiare, ma grazie alle strozzature non è più capace ad uscirne e rimane intrappolato. Questo tipo di pesca, meno costoso rispetto alle reti, è ecologico e non inquinante, oggi con regole stabilite dall'Ente Parco di Portofino si possono calare solo due nasse. Ma oggi i giovani pescatori non hanno la pazienza di imparare ad intrecciare fili di ferro per fare le nasse e questo tipo di pesca sta scomparendo.\