A metà 2006 via gran parte delle truppe Usa

Rumsfeld in visita a Bagdad chiede agli iracheni di approvare la Costituzione entro Ferragosto

Mario Sechi

da Roma

La costituzione entro Ferragosto e un primo consistente rientro a casa delle truppe americane a metà del 2006. Sono questi gli obiettivi del Pentagono in Irak. Ieri Donald Rumsfeld ha fatto tappa a Bagdad e ha chiesto agli iracheni di approvare la costituzione entro il 15 agosto. «Un ritardo sarebbe un errore, ora è tempo di fare progressi» ha detto il ministro della Difesa più che mai determinato a far rispettare la tabella di marcia della Casa Bianca. Il piano del Pentagono è in un rapporto presentato al Congresso che fissa tutti i passaggi di sovranità al governo iracheno: dopo l’approvazione della costituzione in agosto gli Stati Uniti puntano al referendum nazionale il 15 ottobre e alle elezioni del governo il 15 dicembre. Conclusa questa road map e completato l’addestramento delle truppe irachene, le forze americane in Irak saranno ridotte drasticamente.
Il turn over dei soldati è contenuto in un allegato «classificato», ma un memo del governo britannico conferma che Washington ha un piano per ridurre le truppe in Irak da 170mila a 66mila nella prima metà dell’anno prossimo. Londra conferma la genuinità del memorandum, ma precisa anche che si tratta di un’opzione, non di una decisione. La conferma che la exit strategy è in corso arriva proprio dal generale George Casey, comandante delle forze Usa in Irak: «Se il processo politico continua positivamente, se l’addestramento delle forze irachene continua così come sta andando, noi potremo ridurre la nostra presenza tra la primavera e l’estate dell’anno prossimo». Le parole di Casey - che hanno l’avallo del Pentagono e della Casa Bianca - giungono dopo una serie di sondaggi negativi presso l’opinione pubblica sulla guerra in Irak. Una ricerca della Gallup pubblicata da Usa Today indica che solo il 43 per cento degli americani crede in una guerra vittoriosa e ben il 51 per cento ritiene che il governo abbia mentito sulla presenza di armi di distruzione di massa in Irak. Sondaggi sfavorevoli che però non intaccano la fiducia della Casa Bianca e la tenacia di «Rummy» Rumsfeld sul completamento del nation building tra il Tigri e l’Eufrate. Il report consegnato dal Pentagono al Congresso ne è la prova. Un documento che focalizza l’attenzione su un Irak che si avvia a diventare la prima democrazia nello scacchiere mediorientale. Il rinnovato impegno dei sunniti nella costituente - nonostante le difficoltà culminate nel boicottaggio di sei giorni ai lavori della costituente - rassicura Washington: «La loro partecipazione fa parte di una strategia per isolare gli estremisti».
Le elezioni di gennaio per gli Stati Uniti sono la «pietra miliare» del processo di democratizzazione e dopo quel successo «non si può tornare indietro». È vero che entro il primo agosto la commissione incaricata di scrivere la costituzione può chiedere una proroga di sei mesi, ma il Pentagono insiste sulla necessità di andare avanti e gli stessi iracheni ne sono consapevoli. Tanto che che il premier Ibrahim al Jaafari ieri ha auspicato un rapido ritiro delle truppe americane. Ritiro che può avvenire - e Al Jaafari ne è consapevole - solo se la «transizione» viene completata, in dicembre si arriva alle elezioni. Dopo quella data, il piano di riassetto delle truppe americane partirà e dieci città più alcune zone di Bagdad passeranno sotto il controllo diretto degli iracheni. A pagina 11 del report si ribadiscono i criteri e le condizioni per il ritiro: «Come ha detto il presidente Bush il ritiro dall’Irak avverrà quando la missione avrà successo». E quindi prima un «Irak libero e in grado di garantirsi autonomamente libertà e sicurezza» e poi il ritiro. «Il criterio seguito non è quello del calendar-based ma del conditions-based». Non sarà il tempo a determinare le decisioni della Casa Bianca, ma lo sviluppo delle forze di sicurezza irachene. Al 24 giugno le truppe addestrate e equipaggiate erano 171.300. Sulla sicurezza, inoltre, «avrà un impatto importante la riconciliazione tra le varie etnie e su questo punto sono stati fatti progressi significativi». Il ruolo della comunità internazionale è considerato fondamentale: «La conferenza di Bruxelles tra Europa e Stati Uniti ha dato un forte sostegno alla nascente democrazia irachena». Per il Pentagono si tratta di «trend incoraggianti». Poi, in chiusura di pagina, una frase fulminante sui paesi arabi confinanti e il terrorismo: «Serve l’impegno dei paesi che confinano con l’Irak, l’arrivo continuo di terroristi stranieri sta seriamente ritardando la creazione di sicurezza e stabilità».
È ancora presto per parlare di svolta, ma i segnali vanno tutti nella direzione di un importante ridimensionamento della presenza militare americana. Per far fallire questo piano, mantenere il paese nel caos e continuare a fare dell’Irak il flashpoint dello scontro con l’Occidente Al Qaida ha dirottato i suoi attacchi dalle infrastrutture (gli attentati a centrali elettriche e oleodotti sono ormai sporadici) ai civili. Ma secondo alcuni analisti si tratta del colpo di coda di Al Qaida. George Friedman, fondatore di Strafor - centro studi definito la shadow Cia - scrive sul Geopolitical intelligence report di ieri che «l’ondata di attacchi - Sharm el Sheikh, Londra, Islamabad, Irak, Afghanistan - è una chiara offensiva di Al Qaida», ma siamo «di fronte a un finale e disperato attacco per ribaltare le sorti della guerra».
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