Metafora di una società senza più orizzonti

Da che mondo è mondo, le cose funzionano press’a poco così: da un lato c’è qualcuno che lancia provocazioni, dall’altro c’è qualcuno che si indigna. Una volta ottenuta l’indignazione, i giochi sono fatti: chi si indigna ha già perso.
Succede nelle dispute sulla bioetica, sull’eutanasia, sull’arte contemporanea, sui crocifissi nei locali pubblici, su mille altri temi.
Quello dell’omosessualità non manca mai all’appello.
Chi mi conosce sa quanto io sia debitore, nell’ambito che ha deciso la direzione della mia vita, a persone che - con diverso spirito e secondo diversi indirizzi morali e ideologici - hanno dovuto fare i conti, nella propria carne, con questa, che non è soltanto un’inclinazione.
Le due persone più importanti in questo senso sono, appunto, due omosessuali: il pittore Ottone Rosai, che era mio prozio, e lo scrittore e critico d’arte Giovanni Testori. Ho molti altri amici omosessuali, e sono tra le persone a me più care.
Da loro, e non da altri, ho imparato che l’omosessualità non è soltanto, come dicevo, un’inclinazione, ma un dramma capace di dar forma al carattere, al pensiero e al destino di un uomo o di una donna.
Da loro, e non da altri, mi viene l’insofferenza per ogni modalità di approccio al tema dell’omosessualità che non tenga conto di questo dramma, riducendo il problema a una banale questione di preferenze sessuali sullo sfondo - e qui sta il problema vero - di una società che si vuole sempre più indifferente a tutto.
Dietro la storiella, più che altro stucchevole, del Principe Azzurro che diventa gay (personalmente, avevo sempre sospettato che lo fosse), si nasconde un mondo piatto, una società che delega i valori all’opzione individuale, ben sapendo quanto può resistere un’opzione individuale, una società sempre meno virile, ossia sempre più incapace di farsi carico dei drammi personali: una società di uomini soli.
L’omosessualità che rivendica il proprio diritto alla normalità, diciamo pure alla banalità, diventa la metafora di un’intera società senza orizzonti. Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il fatto che, spesso, per propagandare questa terribile normalizzazione, si scelgano persone incapaci di una libera valutazione del problema: i bambini.
Questo non ha nulla a che vedere con problemi molto più seri, come ad esempio il riconoscimento legale delle coppie gay. Ciò che irrita, qui, è la progressiva riduzione di questo e altri drammi sociali a dinamiche moraliste di banalizzazione, in cui tutto viene equiparato alle campagne antifumo o antialcoliche.
La mia opinione personale è che il vero obiettivo di questo gioco di provocazione/indignazione sia lo sradicamento dalla società, ad opera di questa o quella élite, dei valori che la fondano come tale, e che hanno il loro riferimento ultimo, qui da noi, nel cristianesimo.
Piaccia o no, è così: per costruire una società in cui il Principe Azzurro snobba Biancaneve e si unisce in secondo e riconosciuto rapporto con un altro Principe Azzurro, occorre, prima, eliminare il cristianesimo nella sua forma socialmente più determinante: quella cattolica.
È meglio dirsele chiare, le cose. Ma attenzione. Voi eliminate pure il cattolicesimo, se ci riuscite, ma in cambio dovrete accettare il più bieco moralismo sociale: una società cinica e indifferente è, infatti, anche una società terribilmente moralista, maniaca delle norme e dei divieti.
Non lasciatevi ingannare dall’equivoco della libertà: il nuovo Principe Azzurro governerà male, e sarà pedante fino a soffocarvi.