Come mettere tutto (ma anche niente) dentro un’enciclopedia

Si chiama Charles Dantzig, da noi è (quasi) sconosciuto e i suoi elenchi sono straordinari. Altro che Fazio&Saviano

C’è un’ammirazione che nasce dall’irritazione. È quella che provo di fronte ai libri di Charles Dantzig, di cui ora esce Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente (Archinto, pagg. 572, euro 30). Cinque o sei anni fa era stata la volta del Dictionnaire égoïste de la littérature française, vertiginoso compendio che dalla A di Aragon alla Z di Zola costruiva una personalissima storia della letteratura nelle quale nove volte su dieci si facevano a pezzi scrittori che amo e nella stessa percentuale si elogiavano scrittori che detesto, ma sempre però con una grazia stilistica e una profondità che, nel maledirlo, mi facevano mormorare: «E se avesse ragione lui?».
L’Enciclopedia è costruita allo stesso modo, però sono le liste a esserne il soggetto: liste di luoghi, città, viaggi, popoli, sentimenti, persone, cose, solitudini e consuetudini, attori e pittori, nomi, fatti, persino scemenze.
Quando c’era ancora in Italia la Prima repubblica, il settimanale Cuore lanciò fra i suoi lettori l’elenco delle dieci cose per cui valesse la pena vivere. Al primo posto si impose, se non ricordo male, «la f...» e questo fa capire come la sinistra allora fosse berlusconiana senza saperlo e come ora sia ipocrita senza ammetterlo. Più recentemente, in un programma tv di successo, non ricordo più se Fabio Fazio o Roberto Saviano, o tutti e due, hanno stilato a loro volta un decalogo dei desideri e fra molta retorica e buoni principi c’è stato anche il posto per la mozzarella di bufala... Ecco, l’Enciclopedia di Dantzig sta a questi elenchi come una nazionale di calcio sta a una squadra di periferia: non c’è niente di velleitario o di raccogliticcio, ma c’è la curiosità, il mestiere e l’ostinazione dello scrittore, il gusto della frase e delle idee, la consapevolezza che le parole hanno un peso.
Dantzig è un innamorato dell’Italia, tant’è che nella Lista di persone di cui è meglio diffidare ci sono anche «quelle a cui non piacciono gli italiani». Siccome l’auto-denigrazione è il nostro sport nazionale, quella dichiarazione ci mette in imbarazzo, come ogni elogio che riteniamo immeritato. Vorremmo dirgli che lui presta all’Italia tutto ciò che non trova in Francia (facciamo così anche noi, del resto, esterofili per indigena stanchezza), ma perché togliere delle illusioni a chi scrive che le nostre donne sono le più belle, le più eleganti e le più simpatiche del mondo? Oddio, dice anche che a Milano ci sono pochi motorini e pochi ristoranti, ma è anche vero che, visto da Parigi, tutto sembra più piccolo.
Su un punto però vorremmo dissentire, ed è quando Dantzig scambia Casanova per «un puttaniere» e l’omonimo film di Fellini per un capolavoro. Ora, nella realtà e detto senza offesa, il puttaniere vero era il regista romagnolo, non l’avventuriero veneziano. Fellini aveva del sesso una visione da casino complicata dal cattolicesimo, come fu per molti della sua generazione, un piacere di cui vergognarsi, pentirsi per poi ricascarci. Gli piacevano le tette grosse, le amanti-mamme, le Anitone, le Sandrocchie, le Saraghine-Saragone, detestava i belli, i «seduttori», perché avevano naturalmente ciò che lui aveva faticosamente. Il sesso come la morte, intellettuale, sociale, la sua «lugubre insaziabilità» di cui parla Dantzig, non riguarda Casanova, le cui Memorie sono del resto uno straordinario affresco della vita, intellettuale, sociale, politica, del suo tempo. Per amore dell’Italia, Dantzig fa di Casanova un francese... Solo che se poi, come egli stesso scrive, «la carne rallegra», non si capisce di cosa si stia parlando...
Sul dandismo e sullo snobismo, sul «narcisismo travestito da esotismo» di tanta, troppa letteratura di viaggio, ci sono nell’Enciclopedia capricciosa considerazioni esemplari, ma l’autore è consapevole di muoversi su un terreno minato, perché dietro ogni lista, ogni preferenza e ogni disprezzo, sono in agguato il dandy e lo snob subdolamente nascosti dentro di noi. «È importante scherzare con lo snobismo, perché appena lo si prende sul serio, sia per vantarsene (niente di più ridicolo), sia per criticarlo (niente di più tronfio), si diventa stupidi. Ciò che conta sono i nostri piaceri. “Snobismo” è spesso il nome che diamo ai piaceri incompresi».
A volte, in un libro di quasi 600 pagine, può scappare il luogo comune politicamente corretto. Davvero con l’attentato alle Twin Towers «è finito il regno del desiderio?». Altre, l’eccesso di sintesi non aiuta: «Il bello è democratico» scrive in una lista per spiegare come marketing, pubblicità e popolarità impongano volti esteticamente mediocri. Sarà anche così, ma è la bellezza a non essere democratica, e basta guardarsi in giro per capirlo...
«Dietro i vetri. È un po’ la definizione della mia vita» troviamo scritto nella Lista della pioggia, eppure allo spettatore Dantzig della vita non sfugge niente. Viaggia molto, frequenta molto, annota molto. «La tristezza sottovuoto dei Paesi comunisti. Credo di non aver conosciuto nulla di più deprimente dei Paesi dell’Est prima della dissoluzione dell’Urss. Povertà e dittatura formano una combinazione particolarmente tetra quando sono guidate dalla stupidità». La «definizione dell’amore» gli suggerisce un «non ho visto niente di Venezia» strepitoso, il perdersi negli occhi altrui e non accorgersi di ciò che ti circonda, per magnifico che sia... Lettore accanito, al momento di compilare la lista dei libri che salverebbe da un incendio, finisce per commentare: «Farei in tempo a morire bruciato». E com’è vera l’affermazione che «i personaggi dei romanzi sono gli amici dei libri», altrettanto vivi e quindi reali delle persone che conosciamo. Anche a me, invitato a cena, è capitato di rispondere: «Non posso, sono ospite della signora Bovary»...
Nella sua Enciclopedia, Dantzig prende per mano il lettore, lo fa divertire e lo commuove, gli presenta la propria orgogliosa solitudine e i trucchi per poter affrontare una vita che «finirebbe per ucciderci, se la lasciassimo fare».